DIOCESI DI ROMA

Temi trattati durante gli incontri di formazione alla Musica Liturgica - anno 2011

Nelle Prefetture XI e XII

A cura di:

Don Domenico Parrotta OFMDA

 

 

Dignità del canto liturgico

 

La musica e il canto liturgico non sono un abbellimento sovrapposto alla celebrazione, un ornamento estrinseco, un modo per rendere più piacevole e brillante la liturgia. Il canto liturgico è parte integrante della celebrazione e ne sottolinea i momenti in modo tutto proprio e significativo.

La musica ha un ruolo fondamentale riguardo la partecipazione, la comprensione dei segni, la profondità della preghiera. I testi dei canti e le melodie adeguate ad essi aiutano il credente a entrare nel mistero celebrato e a fargli pregustare un poco dell’armonia celeste e della lode dei santi. Nel canto liturgico la Chiesa in cammino si unisce alla Chiesa trionfante nell’unico canto di lode.

In questa prima sessione del nostro cammino è necessario focalizzare bene la funzione e il ruolo della musica sacra liturgica all’interno della Celebrazione.

Tutti i documenti sia preconciliari e sia postconciliari unanimi partono da questo principio fondamentale: il canto sacro è parte integrante della liturgia stessa. Di seguito vengono riportati alcuni passaggi fondamentali che delineano questo importante principio.

 

Potremo iniziare questa nostra riflessione introduttiva partendo da un documento conciliare:

  1. La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura [42], sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie.[1]

 

Tre aspetti importanti: impostazione del concilio Vaticano II:

  1. Musica sacra “santa” poiché strettamente legata all’azione liturgica.
  2. Da alla preghiera un espressione più soave.
  3. La Chiesa approva tutte le forme della vera arte purché dotate delle qualità necessarie:

 

La Chiesa non esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti [7], e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli.[2]

 

Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura. La forma più ricca del canto e l’apparato più fastoso delle cerimonie sono sì qualche volta desiderabili, quando cioè vi sia la possibilità di fare ciò nel modo dovuto; sarebbero tuttavia contrari alla vera solennità dell’azione liturgica, se portassero ad ometterne qualche elemento, a mutarla o a compierla in modo indebito.[3]

 

Così si esprime Giovanni Paolo II nel centenario del motu proprio di S. Pio X Tra le sollecitudini, 22 novembre 2003:

 

  • Come parte integrante della liturgia, la musica liturgica ne partecipa il fine generale della liturgia stessa: la gloria di Dio e la santificazione delle anime.
  • Interpretando ed esprimendo il senso profondo del sacro testo a cui è intimamente legata, essa è capace di “aggiungere maggiore efficacia al testo medesimo, affinché i fedeli [...] meglio si dispongano ad accogliere in sé i frutti della grazia, che sono propri della celebrazione dei sacrosanti misteri”.
  • La chiesa ha sempre favorito, sin dalle sue origini il canto nelle celebrazioni liturgiche.

 

Elementi pratici:

È necessario organizzare e formare coloro che dovranno essere i responsabili del Coro e dell’animazione musicale affinché uniscano alla preparazione tecnica quella liturgica e sappiano fare della musica uno strumento efficace per la preghiera e la contemplazione.

In questo campo, praticamente ogni parrocchia ha i suoi addetti a questo servizio. Il problema è la preparazione (tanto liturgica, quanto musicale). Il questo breve corso importante è che, per svolgere questo compito, è necessaria una solida formazione musicale (non basta saper strimpellare qualcosa…), e un’altrettanto sicura competenza liturgica e rituale, in quanto canto e musica, nell’azione liturgica, non sono interventi a sé stanti, intermezzi, ma parte integrante di un agire rituale strutturato ed esigente (non “improvvisabile” e non disponibile a interpretazioni soggettive – di un singolo o di un gruppo -), che coinvolge più dinamiche e più soggetti.

La disponibilità di un volontario è quindi solo il punto di partenza perché la comunità possa dotarsi di un direttore di Coro o organista preparato.

Occorre che siano sempre presenti alcuni principi fondamentali:

 

La funzione del coro o schola cantorum:

Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura. La forma più ricca del canto e l’apparato più fastoso delle cerimonie sono sì qualche volta desiderabili, quando cioè vi sia la possibilità di fare ciò nel modo dovuto; sarebbero tuttavia contrari alla vera solennità dell’azione liturgica, se portassero ad ometterne qualche elemento, a mutarla o a compierla in modo indebito.[4]

 

Prima di tutto, per capire il ruolo del coro liturgico, è necessario dire due parole sul concetto della partecipazione attiva dei fedeli, in merito possiamo dare uno sguardo a nn. 15-16 di Musicam sacram:

  1. I fedeli adempiono il loro ufficio liturgico per mezzo di quella piena, consapevole e attiva partecipazione che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del battesimo.

 Questa partecipazione:

  1. a)  deve essere prima di tutto interna: e per essa i fedeli conformano la loro mente alle parole che pronunziano o ascoltano, e cooperano con la grazia divina [14];
    b) deve però essere anche esterna: e con questa manifestano la partecipazione interna attraverso i gesti e l’atteggiamento del corpo, le acclamazioni, le risposte e il canto [15];
    Si educhino inoltre i fedeli a saper innalzare la loro mente a Dio attraverso la partecipazione interiore, mentre ascoltano ciò che i ministri o la «schola» cantano.

  2. Non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di una assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede. Pertanto la partecipazione attiva di tutto il popolo, che si manifesta con il canto, si promuova con ogni cura, seguendo questo ordine:
    a)  Comprenda prima di tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri e alle preghiere litaniche; inoltre le antifone e i salmi, i versetti intercalari o ritornelli, gli inni e i cantici.
  3. b) Con una adatta catechesi e con esercitazioni pratiche si conduca gradatamente il popolo ad una sempre più ampia, anzi fino alla piena partecipazione a tutto ciò che gli spetta.
    c)   Si potrà tuttavia affidare alla sola «schola» alcuni canti del popolo, specialmente se i fedeli non sono ancora sufficientemente istruiti, o quando si usano composizioni musicali a più voci, purché il popolo non sia escluso dalle altre parti che gli spettano. Ma non è da approvarsi l’uso di affidare per intero alla sola «schola cantorum» tutte le parti cantate del «Proprio» e dell’« Ordinario», escludendo completamente il popolo dalla partecipazione nel canto.

 

  • Il coro liturgico non è fine a se stesso, la liturgia non è concerto. Il suo compito è porsi al servizio della comunità ecclesiale per favorire la loro partecipazione e la loro edificazione spirituale.
  • La qualità del coro deve essere massima, ma la formazione tecnica non deve dimenticare quella spirituale, perché il coro è scuola di comunione e di vita cristiana. Un coro che sa cantare pregando aiuterà tutti a cantare le lodi di Dio.
  • La musica liturgica è legata ai ritmi e ai momenti della celebrazione in modo strettissimo. Occorre dunque un’attenzione somma nella scelta dei canti e dei loro testi affinché possano inserirsi perfettamente nella liturgia celebrata.

 

  1. È degno di particolare attenzione, per il servizio liturgico che svolge, il «coro» o «cappella musicale» o «schola cantorum».
    A seguito delle norme conciliari riguardanti la riforma liturgica, il suo compito è divenuto di ancor maggiore rilievo e importanza: deve infatti curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canto, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto.
    Pertanto:
    a) un « coro» o una «cappella musicale» o una « schola cantorum» si abbia e si promuova con cura, specialmente nelle cattedrali e nelle altre chiese maggiori, nei seminari e negli studentati religiosi;
    b)   «scholae», benché modeste, è opportuno siano istituite anche presso le chiese minori.

 

  1. La «schola cantorum», tenendo conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo che:
    a) chiaramente appaia la sua natura: che essa cioè fa parte dell’assemblea dei fedeli e svolge un suo particolare ufficio;
    b)   sia facilitata l’esecuzione del suo ministero liturgico [20];
    c)   sia assicurata a ciascuno dei suoi membri la comodità di partecipare alla Messa nel modo più pieno, cioè attraverso la partecipazione sacramentale.

 

Che cosa si canta e si suona nella liturgia:

- distinzione tra musica sacra e musica liturgica:

obbiettivo della musica sacra liturgica:

  • essendo parte integrante della liturgia solenne:
  • la gloria di Dio e la salvezza delle anime. SC 6, n. 112

Il dibattito sulla musica liturgica o su quello che deve essere giudicato appropriato alla celebrazione liturgica non conosce momenti di sosta.

Da almeno quarant’anni diverse visioni di ciò che dovrebbe essere la musica per la liturgia si danno battaglia per affermare l’una o l’altra posizione. Ora, credo un minimo di chiarezza sui termini del discorso contribuirebbe al vero progresso in questo campo, che certamente è stato devastato come non pochi nei difficili anni del dopo Concilio.

Si è discusso molto sulla terminologia: musica sacra? Musica liturgica? Musica rituale? Musica di chiesa? Musica santa? Come si vede la battaglia della terminologia può essere abbastanza complicata.

Mi sembra interessante introdurre questa distinzione:

  • musica liturgica o
  • liturgia della musica?

Bisogna mettere in ordine il materiale prima di poter possedere una possibile via di uscita dalle pastoie polemiche che non fanno bene a nessuno. Intendiamo con ‘musica liturgica' quella musica che si intende come servizio all’azione liturgica. Certamente servizio può avere un senso diminutivo, come di ‘essere servo'. Ma io penso si possa far passare questo senso se ne possiamo capire le coordinate. Servizio, non è diminutivo se il ‘padrone' è la liturgia, non i liturgisti o i musicisti.

Mi spiego: se la musica si pone come scopo quello di adornare la liturgia della bellezza che scaturisce in ogni caso dalla liturgia stessa.

Adornare significa non rendere bello in senso esteriore ma musica deve interpretare ed esprimere il senso profondo del testo stesso sarà cosi capace di esprimere maggiore efficacia al testo stesso (cfr. Giovanni Paolo II, Chirografo per il centenario del “motu proprio” sulla musica sacra Tra le Solecitudini n. 1).

Allora essa veramente adempie la sua missione. La musica è come un’amplificatore, per parlare in termini un pochino semplici: se è adatta alla azione liturgica non fa che renderla più viva ed efficace (ed ascoltabile) nel cuore dei fedeli. La liturgia è il “padrone”, non le smanie di musicisti o liturgisti. La musica è qui l’ancilla che Maria ha cantato nel Magnificat, come Maria è intimamente unita al Figlio suo così la musica è unita intimamente alla liturgia, la Sacrosanctum Concilium dirà che ne è “parte necessaria ed integrante”.

“La liturgia della musica” accade quando si cerca di trovare la soluzione ai problemi della musica per le celebrazioni liturgiche all’interno della musica stessa, come se bastasse votarsi ad uno stile musicale per risolvere i problemi della musica nella liturgia. Non dimentichiamo che i grandi stili di musica liturgica, come quelli già esaltati da san Pio X nel suo epocale Motu Proprio “Tra le sollecitudini” del 1903, non erano grandi solo in quanto musica, ma lo erano in quanto perfettamente aderenti all’azione liturgica. Ecco la grandezza del canto gregoriano e della polifonia rinascimentale ed ecco perchè saranno sempre grandi. Certo, erano anche frutto della perizia di musicisti professionisti, ma non basta essere geni della musica per produrre buona musica liturgica. E non dimentichiamo che questi repertori, al tempo, erano la cultura musicale del tempo.

Il problema è che oggi la musica liturgica non è più portatrice di una cultura largamente condivisa, non influenza la musica in generale, ma è anzi influenzata dagli stili dominanti, è una specie di sottocultura musicale, detto senza nessun intento offensivo.

Come ritrovare la strada maestra per la musica liturgica? Domanda interessante. Bisogna che le forze migliori si rimettano a lavorare per fare in modo che quanto scaturisce dagli insegnamenti della Chiesa si faccia note, note che possano farsi vera cultura del popolo e non esercitazioni di gruppi nostalgici degli anni Sessanta o di tempi d’oro che non potranno mai più tornare. Bisogna saper essere robusta cultura, basata su una tradizione importante ma aperta all’epoca che ci è dato vivere e in attesa della manifestazione finale dello splendore della liturgia celeste.

Requisiti della musica sacra liturgica, criteri di sintesi:[5]

  1. Deve essere santa escludere ogni forma di profanità.[6]

Sarà tanto più santa quanto sarà unita all’azione liturgica.[7]

Se non possiede un certo spirito di preghiera non può essere considerata più sacra.[8]

  1. Bontà delle forme[9]

Cioè deve essere vera arte:[10]

  1. Piena aderenza ai testi
  2. L’adattabilità sia al il tempo e sia al momento liturgico a cui è destinata.[11]
  3. Deve corrispondere alle esigenze di ogni adattamento e inculturazione.[12]
  4. Deve esprimere un carattere di universalità:[13]
  5. Pur rispettando il carattere proprio di ogni nazione e cultura, le composizioni devono rispettare il carattere generale della musica liturgica.
  6. L’ambito delle celebrazioni liturgiche non deve diventare mai laboratorio di sperimentazione senza un’attenta verifica.

Alcuni esempi:

Il Requiem di Verdi o il Gloria di Vivaldi non sono nati per la liturgia e non possono esservi importati (neppure con espedienti penosi quali cantare il primo movimento del Gloria e poi recitare il resto!).

- Occorre ancora formare molte comunità a non importare abusivamente in liturgia musiche e canti nati per contesti del tutto diversi. In particolare: musiche da film (anche a soggetto religioso: Mission, il san Francesco di Zeffirelli…), brani d’opera (La Vergine degli angeli, Ave Maria dall’Otello di Verdi…), rielaborazioni raffazzonate di canzonette (il Padre nostro su musica di Simon & Garfunkel[14]), canzoni nate in contesto catechistico o all’interno di movimenti e cammini di spiritualità,…

- Diffidare dalle referenze commerciali: non tutto quello che si trova in vendita (spartiti e cd) è opportunamente eseguibile in liturgia. Non tutto quello che si è visto fare altrove è buono (i cattivi esempi sono molto frequenti, anche e soprattutto nelle liturgie teletrasmesse).

Come si sceglie il repertorio.

  • La liturgia non prevede solo canzoni (strofa + ritornello), ma anche altri generi poco valorizzati: inno, acclamazione, litania (p. es. l’Agnello di Dio), sequenza,…
  • Si scelgano canti che siano adatti al tempo liturgico
  • Si scelgano canti che siano adatti al momento rituale (un canto di ingresso non è un canto di offertorio, Dov’è carità e amore non è un canto di comunione, non si inizia la celebrazione eucaristica inneggiando a sant’Antonio – neppure il giorno della festa – ma a Cristo, gloria dei santi…)
  • Un buon repertorio parrocchiale deve comprendere canti per tutte le solennità dell’anno liturgico (si verifichi che cosa si canta il giorno dell’Epifania o il giorno dell’Ascensione), come pure per tutte le celebrazioni dei sacramenti (Che cosa offre il repertorio parrocchiale agli sposi in alternativa ai vituperati Panis angelicus e Ave Maria?).

I canti per la liturgia devono essere debitamente approvati e l’autorità competente è l’Ordinario diocesano. In merito è da prendere in considerazione l’ultima raccolta di canti per la liturgia pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 2009.[15]

Tale raccolta, come sottolinea la premessa dello stesso volume pubblicato, intende rispondere ad una duplice esigenza:

  1. Segnalare e rendere reperibili canti adatti alle celebrazioni liturgiche, partendo dalla produzione tradizionale e da quella degli ultimi decenni.
  2. Diffondere, mediante le scelte operate, alcuni criteri di individuazione e selezione dei canti, che aiutino a scegliere in modo più attento a livello locale.

Gli ambiti di questo nuovo repertorio sono:

  1. I canti dell’Ordinario della Messa;
  2. I canti propri del Triduo Pasquale;
  3. I canti propri delle celebrazioni eucaristiche festive di tutto l’anno liturgico (esclusi i salmi responsoriali);
  4. I canti per il culto eucaristico;
  5. I canti per le esequie.

Ogni comunità parrocchiale locale può personalizzare il proprio repertorio di canti con la stesura di un libretto di canti. Tali libretti riportino almeno il rigo musicale con le note del ritornello o della strofa che l’intera assemblea è chiamata a eseguire, non solo le parole o gli accordi per chitarre.

Alcune accortezze relative alla celebrazione eucaristica.

  • Alcuni canti costituiscono un rito, e vanno sempre eseguiti per intero: il Gloria, il Kyrie, il Credo, il Sanctus e l’agnus Dei.
  • Altri accompagnano un rito e devono chiudersi quando il rito è compiuto: ingresso, presentazione dei doni, comunione. Per il canto di comunione è di fondamentale importanza che il canto inizi immediatamente dopo l’invito del celebrante: “Beati gli invitati… e dopo la risposta dell’assemblea: “O Signore non sono degno..., inoltre è necessario che il canto si concluda quando si conclude la distribuzione dell’Eucaristia per assicurare un tempo necessario di silenzio per la preghiera personale e il ringraziamento da parte di tutto il popolo.[16]

Poco importa che il coro o il solista abbiano preparato altre tre strofe.

  • Non ogni canto che contiene la parola Gloria è un Gloria: si badi che i testi previsti dalla liturgia non siano sostituiti con canti che li riprendono solo come reminiscenza o per assonanza tematica.
  • Per il canto del Kyrie: accadono molte confusioni. O si canta senza invocazioni (tropi) DOPO l’atto penitenziale con la sua conclusione (Dio onnipotente abbia misericordia… Amen.). Oppure si canta COME atto penitenziale, ma con i tropi. In questo caso si abbia cura di osservare un’opportuna pausa di silenzio (15 secondi almeno) tra l’invito del sacerdote (Per celebrare degnamente… riconosciamo i nostri peccati) e il canto. Se il celebrante invita i presenti a riconoscere i peccati, bisogna che tale possibilità sia vera. Quindi il sacerdote conclude (Dio onnipotente… Amen.) e il coro e l’assemblea, se previsto, cantano il Gloria. Già questo suggerisce quanto stretta debba essere la collaborazione tra chi presiede e chi cura l’animazione musicale. Gli equivoci accadono proprio quando il coro non sa quale forma di atto penitenziale sarà scelta dal sacerdote, e il sacerdote non sa se il coro abbia preparato o no il Kyrie in canto, e se la melodia preveda i tropi o no.
  • Il Gloria è un inno e quindi nasce per il canto. Il resto è un ripiego (feriale). Come inno, sarebbe opportuno (anche se difficile) avere melodie che non siano ritornellate.
  • Il salmista è un cantore. Si danno possibilità intermedie (fare i conti con la realtà!): strofe lette e risposta cantata.
  • Opportunità di cantare sempre l’acclamazione al Vangelo.
  • Il cosiddetto canto di pace e l’Agnello di Dio. Non è previsto un canto allo scambio della pace, gesto che peraltro non deve protrarsi oltre lo scambio del gesto con i vicini. Se si vuole si può eseguire solo una breve acclamazione, in modo che quel canto non vada a coprire la fractio panis, che va invece accompagnata dal canto dell’Agnello di Dio. D’altro canto il sacerdote (se c’è buona intesa con gli animatori musicali) aspetterà l’inizio dell’Agnello di Dio per spezzare Pane consacrato…
  • Si ricordi che nel tempo quaresimale l’acclamazione Alleluia non si canta ed è vietato suonare strumenti musicali che non servano per sostenere il canto (niente toccata o preludio d’organo), salvo che nella IV domenica.

 

I momenti in cui la Celebrazione Eucaristica richiede la presenza della musica e del canto:

In questa parte prendiamo in esame la struttura della Messa per comprendere i vari gradi di importanza del canto e della musica all’interno di essa. Per orientarci meglio, possiamo partire dal nostro testo base: Musicam Sacram,Cap. III, Il canto nella celebrazione della messa, nn. 27-36.

In fondo come appendice, per meglio chiarire i criteri fondamentali, possiamo utilizzare una tavola sintetica che mette bene in evidenza come ogni momento rituale deve essere accompagnato o realizzato con il canto.[17]

  1. Nella celebrazione dell’Eucaristia, con la partecipazione del popolo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi, si preferisca, per quanto è possibile, la forma della Messa in canto anche più volte nello stesso giorno. 
  2. Rimane in vigore la distinzione tra Messa solenne, Messa cantata e Messa letta, stabilita dalla Istruzione del 1958 (n. 3), secondo la tradizione e le vigenti leggi liturgiche. Tuttavia, per motivi pastorali, vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa. L’uso di questi gradi sarà così regolato: il primo potrà essere usato anche da solo; il secondo e il terzo, integralmente o parzialmente, solo insieme al primo. Perciò si curi di condurre sempre i fedeli alla partecipazione piena al canto.
  3. 29.  Il primo grado comprende:
    a)  nei riti d’ingresso:
    — il saluto del sacerdote celebrante con la risposta dei fedeli;
    — l’orazione;
    b) nella liturgia della parola:
    — le acclamazioni al Vangelo;
    c) nella liturgia eucaristica:
    — l’orazione sulle offerte;
    — il prefazio, con il dialogo e il Sanctus;
    — la dossologia finale del Canone;
    — il Pater noster con la precedente ammonizione e l’embolismo:
    — il Pax Domini;
    — l’orazione dopo la comunione;
    — le formule di congedo.

    Il secondo grado comprende:
    a)  il Kyrie, il Gloria il Santus e l’Agnus Dei;
    b)  il Credo;
    c) l’orazione dei fedeli.

    31. Il terzo grado comprende:
    a) i canti processionali d’ingresso e di comunione;
    b) il canto interlezionale dopo la lettura o l’epistola;
    c) l’Alleluia prima del vangelo;
    d) il canto dell’offertorio;
    e) le letture della sacra Scrittura, a meno che non si reputi più opportuno proclamarle senza canto.
  4. L’uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti.
  5. È bene che l’assemblea partecipi, per quanto è possibile, ai canti del «Proprio»; specialmente con ritornelli facili o forme musicali convenienti.

Fra i canti del «Proprio» riveste particolare importanza il canto interlezionale in forma di graduale o di salmo responsoriale. Esso, per sua natura, fa parte della liturgia della parola; si deve perciò eseguire mentre tutti stanno seduti e in ascolto e anzi, per quanto è possibile, con la partecipazione dell’assemblea.

  1. I canti che costituiscono l’Ordinario della Messa, se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla «schola» nel modo tradizionale, cioè o « a cappella» o con accompagnamento, purché, tuttavia, il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto.

Negli altri casi, i canti dell’Ordinario della Messa possono essere distribuiti tra la «schola» e il popolo, o anche tra due cori del popolo stesso, in modo cioè che la divisione sia fatta a versetti alternati, o in altro modo più conveniente, che tenga conto di sezioni più ampie del testo.

In questi casi, tuttavia, si tenga presente:

— Il Credo, essendo la formula di professione di fede, è preferibile che venga cantato da tutti, o in un modo che permetta una adeguata partecipazione dei fedeli.

— Il Sanctus, quale acclamazione finale del prefazio, è preferibile che sia cantato, ordinariamente da tutta l’assemblea, insieme al sacerdote.

— L’Agnus Dei può essere ripetuto quante volte è necessario, specialmente nella celebrazione, durante la frazione del Pane. E bene che il popolo partecipi a questo canto, almeno con l’invocazione finale.

  1. È conveniente che il Pater noster sia cantato dal popolo insieme al sacerdote[22]. Se è cantato in latino, si usino le melodie approvate già esistenti; se si canta in lingua volgare, le melodie devono essere approvate dalla competente autorità territoriale.
  2. Nulla impedisce che nelle Messe lette si canti qualche parte del «Proprio» o dell’« Ordinario». Anzi talvolta si possono usare anche altri canti all’inizio, all’offertorio, alla comunione e alla fine della Messa: non è però sufficiente che siano canti «eucaristici», ma devono convenire con quel particolare momento della Messa, con la festa o con il tempo liturgico.

 

Organo e altri strumenti:[18]

  1. Gli strumenti musicali possono essere di grande utilità nelle sacre celebrazioni, sia che accompagnino il canto sia che si suonino soli. «Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiun­gere una notevole grandiosa solennità alle cerimonie della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti.

Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del luogo sacro e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli»[43].

  1. Nel permettere l’uso degli strumenti musicali e nella loro utilizzazione si deve tener conto dell’indole e delle tradizioni dei singoli popoli. Tuttavia gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi[44]. Tutti gli strumenti musicali, ammessi al culto divino, si usino in modo da rispondere alle esigenze dell’azione sacra e servire al decoro del culto divino e alla edificazione dei fedeli.
  2. L’uso di strumenti musicali per accompagnare il canto, può sostenere le voci, facilitare la partecipazione e rendere più profonda dell’assemblea. Tuttavia il loro suono non deve coprire le voci, rendendo difficile la comprensione del testo; anzi gli strumenti musicali tacciano quando il sacerdote celebrante o un ministro, nell’esercizio del loro ufficio, proferiscono ad alta voce un testo loro proprio.
  3. Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo, o altro strumento legittimamente permesso per accompagnare il canto della «schola cantorum» e dei fedeli; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all'offertorio, alla comunione e al termine della Messa.

La stessa norma vale, fatte le debite applicazioni, anche per le altre azioni sacre.

  1. Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro, nelle messe e negli uffici dei defunti.
  2. È indispensabile che gli organisti e gli altri musicisti, oltre a possedere un’adeguata perizia nell’usare il loro strumento, conoscano e penetrino intimamente lo spirito della sacra liturgia in modo che, anche dovendo improvvisare, assicurino il decoro della sacra celebrazione, secondo la vera natura delle sue varie parti, e favoriscano la partecipazione dei fedeli[45].
  • Bisogna uscire dal vicolo cieco del chitarra sì o chitarra no. Un problema oggettivo della chitarra è la sua incapacità (per motivi strutturali) di sostenere il canto corale di un’assemblea numerosa. Per gli altri strumenti: non esiste un elenco di strumenti permessi o vietati, ma si abbia cura di escludere strumenti e ritmi che richiamino alla mente contesti estranei alla liturgia (si può animare una celebrazione con la fisarmonica o con il banjo?!), e si abbia cura che il ritmo non sommerga la linea melodica (attenzione all’abuso delle percussioni): ogni ritmo e linea melodica interpella l’ascoltatore in modo diverso. La musica liturgica non deve intrattenere, divertire, eccitare a servire il testo cantato che è vera ed autentica preghiera.

 

Il servizio dell’organista

- Indispensabile la capacità di improvvisazione, per evitare – per esempio – che, concluso il canto di offertorio, l’incensazione si svolga in un raggelante silenzio, o che si ripeta il canto (bruttissimo effetto tormentone: ciò che è fatto, è fatto, e non si ripete).

- Un buon organista e un buon direttore di coro conoscono ormai a perfezione i tempi necessari ai movimenti liturgici nella loro chiesa (quanto dura l’ingresso, con o senza incensazione dell’altare, quanto dura l’offertorio…)

Necessità del coordinamento con chi celebra e con gli altri membri del gruppo liturgico. Tutti quelli che sono coinvolti nella celebrazione devono conoscere per tempo che cosa accadrà. Le riunioni del gruppo liturgico hanno anche lo scopo di fungere da laboratori per la preparazione di concrete celebrazioni. Non è possibile che il coro sia informato un attimo prima dal sacerdote che intende fare la memoria del battesimo con l’aspersione (il coro non ha preparato il canto) o che il lettore si guardi smarrito intorno per vedere se “arriva qualcuno” a cantare il salmo o se dovrà cavarsela da solo. Il coordinamento abituerà tutti a concepire ciò che fanno come strettamente legato al servizio degli altri animatori, in spirito di collaborazione e comunione, perché la liturgia renda davvero i molti “un cuor solo e un’anima sola”.  

 


 

Fonti:

  • Costituzione Conciliare Sacrosantum concilium sulla Sacra Liturgia, cap VI.
  • PIO X, Motu Proprio sulla Musica Sacra Tra le Sollecitudini.
  • GIOVANNI PAOLO II, Chirografo in occasione del Centenario “tra le Sollecitudini” di S. Pio X
  • Musicam Sacram Istruzione della sacra congregazione dei riti sulla musica nella Sacra Liturgia.
  • DANIELE SABARINO, Animazione e regia musicale delle celebrazioni, Edizioni liturgiche, Roma 2008.

 

Note:

[1] Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium sulla Sacra Liturgia, capitolo VI, n. 112.

[2] Istruzione della Sacra congregazione dei riti sulla musica nella Sacra Liturgia, Musicam Sacram, n. 9.

[3] Ibidem, 11.

[4] Ibidem, 11

[5] Deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia. Cfr. Pio X, Tra le sollecitudini, n. 1.

[6] Ibidem, n. 2

[7] GIOVANNI PAOLO II, Chirografo per il centenario del “motu proprio” sulla musica sacra Tra le Sollecitudini, n. 4.

[8] Ibidem, n. 4

[9] Pio X, Tra le sollecitudini, n. 2

[10] GIOVANNI PAOLO II, Chirografo per il centenario del “motu proprio” sulla musica sacra Tra le Sollecitudini, n. 5.

[11] Ibidem, 5.

[12] Ibidem, 6.

[13] Pio X, Tra le sollecitudini, n. 2/b.

[14] Per quanto riguardano le melodie adatte al canto del Padre Nostro: cfr. Musicam Sacram, n. 35.

[15] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, Editrice Elledici 2009.

[16] Cfr. ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO, 45, in modo particolare cfr. n. 86.

[17] Cfr. Ibidem, n. 40: Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme.

[18] Ibidem, cap VIII, nn. 62-67.

 


 

PREGHIERA:

 

O Padre, Creatore dell’universo, rendimi autentico cantore del tuo amore,

fa’ che con il mio canto sappia esprimere un poco di quell’armonia sublime che Tu hai posto in tutte le cose.

 

Fa’ che il mio canto sia sempre a servizio della tua lode,

che non mi vanti mai di questo dono,

che offra il mio servizio alla Chiesa senza alcuna vanità e superbia,

sapendo di assolvere un dovere d’amore verso Dio e i fratelli.

 

Fa’ che, animato dal tuo Santo Spirito,

possa lodarti e farti lodare per la tua unica gloria,

vivendo nel servizio liturgico l’anticipo della liturgia celeste.

 

Concedimi la stessa intensità spirituale di Maria Madre del Figlio tuo e Madre del Divino Amore

che nella gioiosa consapevolezza della maternità divina ha elevato a Te o Padre l’armonia sublime del Magnificat.

 

Amen.