Lectio Divina 

IV domenica di Pasqua (anno A) "Del Buon Pastore"

 

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Testo: Gv 10,1-10

 

1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

 

 

Introduzione:

La quarta domenica di Pasqua ritorna ogni anno come giornata del Pastore e della vocazione, in particolare di quella sacerdotale e religiosa. In ognuno dei tre anni in cui si articola il lezionario al Vangelo si proclama sempre un brano tratto dal c. 10 di Giovanni.

Il discorso del «Pastore Buono» è distribuito nei tre cicli di questa domenica: ciclo A (10,1-10); B (10,11-18); C (10,27-30). Testo ambientato globalmente all'interno della festa giudaica della dedicazione del Tempio di Gerusalemme (più esattamente della riconsacrazione del Tempio violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C.). La hanukkàh (consacrazione), detta in greco enkainìa (rinnovazione). È una festa simile a quella delle capanne, collegata alla consacrazione del primo tempio di Salomone, nella quale Giovanni situa il suo racconto da 7,1 a 10,21. Anche se le due feste vengono a distanza di tre mesi, nel racconto si passa direttamente dall’una all’altra.

La dedicazione di cui si parla non è quella originale di Salomone, il primo costruttore, ma è quella di Giuda Maccabeo.

Verso la metà di dicembre del 164 a. C. Giuda Maccabeo aveva riconsacrato (ristabilendo il culto) il

tempio di Gerusalemme, profanato 3 armi prima (167 a. C.), nello stesso giorno, da Antioco IV Epifane. La festa durava 8 giorni ed era detta anche «festa dei lumi» per le luminarie accese dovunque in segno di gioia (Cfr. 1 Mac 4,36-59; 2 Mac 1,8-9.18; 10,1-8).

 

Contesto:

L'immagine del pastore e delle pecore è frequente nella bibbia sin dall'antico testamento. Nei Primo libro dei re, per descrivere uno stato di desolazione e di sbandamento del popolo eletto leggiamo: «Vedo tutti gli Israeliti vagare sui monti come pecore senza pastore» e il profeta Zaccaria in una situazione analoga dice: «Vanno vagando come pecore, sono oppressi, perché senza pastore Zc11,4-17». Un salmista invece, volendo predire la sorte di coloro che confidano in se stessi e non nel Signore, che si affidano al proprio orgoglio, così si esprime: «Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte». Nel libro di Giuditta, nel suo primo incontro con Oloferne, leggiamo: «Tu li potrai condurre via come pecore senza pastore e nemmeno un cane abbaierà davanti a te». Gesù ricorre spesso a queste stesse immagini, molto familiari ai suoi ascoltatori. Egli si commuove dinanzi alla folla: «Perché erano come pecore senza pastore». Anche nel giudizio finale riappare la figura del pastore e delle pecore: «E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri». Gesù oggi si proclama pastore, che conosce le sue pecore.

Gesù passeggia liberamente nel portico di Salomone, che corre lungo la facciata orientale del grande cortile esterno del Tempio. Si trova nella casa del padre suo e che i suoi avversari distruggeranno e che lui rinnoverà dopo tre giorni (2, 13-22).

Egli è il nuovo tempio, il vero pastore, il Signore stesso che conduce le sue pecore al pascolo della vita, e della sua abbondanza.

Tutto il testo del cap 10 inizia nel tempio e si conclude al di là del Giordano (v. 40) dove Gesù era apparso all’inizio (1,28ss.).

La liturgia di questa domenica propone alla nostra riflessione un brevissimo passo del discorso di Gesù contenuto nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, discorso in cui Cristo si definisce come il buon pastore di quelle pecore che il Padre stesso gli ha affidato; un discorso che, a prima vista, ha poca attinenza col mistero della Resurrezione che in queste domeniche celebriamo; ma che in realtà è pienamente pasquale, per via di quelle parole: "Io do loro la vita eterna.", parole che indicano in che consiste la resurrezione per ogni uomo che crede in Lui.

In realtà l’intera pericope del vangelo è il capitolo 10, 1-21: collegato con il capitolo precedente e soprattutto con il racconto del cieco nato: 9, 34 il cieco era stato espulso dalla comunità dopo la sua testimonianza di aver incontrato il Signore che lo aveva guarito, ma Gesù sapendo questo lo aveva accolto, da qui Gesù si proclama e si presenta come il buon pastore.

 

Commento al testo:

v. 1 “In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante.

Il discorso comincia in modo solenne: “Amen amen”, che traduciamo con “in verità, in verità”. Si tratta di una formula che introduce spesso i discorsi di Gesù soprattutto nel Vangelo di Giovanni. Il discorso che Gesù sta per pronunciare viene definito al termine paroimía, un termine che corrisponde all’ebraico mashal, che può designare un proverbio, o una sentenza enigmatica. Spesso viene tradotto con “parabola”, “allegoria”. C’è però chi preferisce definirlo un “quadro simbolico”, che fa riferimento a una situazione familiare per rivelare qualcosa della persona e dell’agire di Gesù, del suo rapporto con quanti credono in Lui. In effetti il discorso di Gesù si rivela sin da subito altamente simbolico. Egli parla di un recinto delle pecore, ma non usa il termine esatto èpaulis, bensì la parola aulé, che indica il cortile adiacente un edificio. Solitamente con questo termine nella Bibbia greca si indica l’area davanti alla Tenda del Convegno o il cortile del Tempio. La lettura simbolica ci collega al brano del cieco nato.

 
Gesù è entrato nel cortile del Tempio, dove si trova riunito Israele. Le pecore sono il popolo di Israele. Sono numerosissime le pagine dell’Antico Testamento in cui il popolo eletto è chiamato gregge e il Signore o i suoi inviati sono definiti come pastore del gregge. Il recinto era costituito da un muro abbastanza alto, ricoperto di rami che facevano da tettoia, per proteggere le pecore da animali feroci e dagli agenti atmosferici. Un ladro avrebbe potuto agevolmente scavalcare il muro ed entrarvi. I ladri e i briganti di cui Gesù parla possono essere i farisei, i quali senza un vero mandato si erano nominati maestri del popolo, non per beneficarlo ma per seguire il proprio interesse.

 
2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. v. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.

La partenza è polemica: contrapposto ai ladri e ai briganti vi è il pastore delle pecore, la guida legittima del suo gregge, che entra dalla porta e non si arrampica lungo il muro.

Il portinaio è il guardiano dell’ovile che custodisce le pecore chiuse durante la notte e anch’egli come le pecore riconosce il pastore e gli apre la porta. Il pastore chiama le sue pecore: questo ricorda Is 43,1: “Non temere nulla perché io ti ho riscattato; io ti chiamo con il tuo nome, tu mi appartieni!”. Il nome equivale all’essere. Ogni pecora viene chiamata individualmente e questa chiamata va di pari passo con l’appartenenza al pastore. Giovanni ritrae il comportamento di Gesù nei confronti di coloro che hanno creduto in Lui. Le sue pecore sono coloro che hanno aderito alla parola di Gesù e di cui l’uomo cieco divenuto credente è un prototipo.

 
Il pastore conduce fuori le pecore. Il verbo che esprime questo “condurre” è ekballein, un verbo troppo forte per l’azione di un pastore. E’ lo stesso con il quale è stata designata l’espulsione del cieco nato fuori della sinagoga. L’uso sembra ironico: la lettura simbolica suggerisce che è Gesù che sospinge i suoi fuori dal giudaismo. Gesù opera un nuovo Esodo, conduce il suo popolo fuori da una religione che non favorisce più la vita.


v. 4 E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. v. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”.


Dopo aver fatto uscire tutte le sue pecore, il pastore “cammina” davanti a loro. Il verbo camminare che Giovanni usa in questo versetto è quello che si trova anche quando si parla del ritorno di Gesù al Padre: l’espressione apre una prospettiva escatologica indefinita, è una relazione delle pecore con Gesù, che le apre all’incontro con il Padre.
Il popolo di Israele (anche se non nella sua totalità) ha riconosciuto la voce del suo pastore. Essi lo aspettavano e non si sono lasciati irretire da altri, dagli estranei.

 
v. 6 Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.


Ciò che Gesù ha detto è dunque un enigma, un quadro simbolico, talmente simbolico che i suoi ascoltatori non hanno capito ciò che egli diceva loro.

 
v. 7 Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore.


Gesù continua il suo discorso. Ripetendo ancora la sua formula solenne, parla in prima persona e si definisce la porta delle pecore. Soltanto attraverso di Lui le pecore possono passare e andare verso la vita, verso pascoli che assicurano loro la vita in abbondanza.

 
v. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.
 
Prima di Gesù sono venuti i patriarchi e i profeti di Israele. Essi parlavano in nome di Dio, non erano briganti. Forse qui Gesù vuole intendere coloro che si presentavano come il Messia o come profeti, ma in realtà erano mentitori e non sono stati accolti dal gregge di Israele. Uno solo è il vero Messia, l’inviato dal Padre che Israele attendeva.

 
v. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.


Gesù si definisce ora semplicemente come la “porta”, che conduce alla vita. L’espressione “entrare e uscire” indica la libertà di qualcuno nella vita ordinaria (cf. Nm 27,17). Il pascolo, simbolo di una vita opulenta, preparano la sovrabbondanza di vita a cui allude il v. 10, dove si può cogliere un eco del salmo 22.

 
v. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 

Il ladro delle pecore è dunque il falso maestro, colui che cerca di distogliere i credenti da Dio. Le pecore sono del Padre, il quale le ha affidate al Figlio. Nessuno le può distogliere dal Signore, perché il nostro Dio è un Dio geloso, e al di fuori di Lui non vi è che morte e perdizione (intesa nel senso spirituale). Il ladro ruba e ammazza: il verbo thyso, che viene tradotto con “ammazzare”, ha in sé un senso sacrificale ( chi vi ucciderà penserà di rendere culto a Dio, Gv 16,2).

Il discorso è simile a quello del pane di vita del c. 6 di Giovanni. Qui è sottolineata la situazione di pericolo per le pecore che potrebbero andare perdute, se non interviene il Figlio e se esse non ascoltano lui solo. Solo Gesù può assicurare questa vita in pienezza. Non solo: lontano da Lui non vi è che morte e perdizione.

 

Gesù, pastore che seduce col suo esempio:


 
Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome.
 
Io sono un chiamato, con il mio nome unico pronunciato da lui come nessun altro sa fare, con il mio nome al sicuro nella sua bocca, tutta la mia persona al sicuro con lui. E le conduce fuori. Il nostro non è un Dio dei recinti chiusi ma degli spazi aperti, di liberi pascoli.
 
E cammina davanti ad esse.
 
Non un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade, è davanti e non alle spalle. Non pastore che rimprovera e ammonisce per farsi seguire, ma uno che precede e seduce con il suo andare, che affascina con il suo esempio: Questo ci interpella: che immagine ho io di Dio...
 
E troveranno pascolo: Gesù promette a chi va con lui un di più di vita, un centuplo di fratelli e case e campi. Promette di far fiorire la vita.
 
Io sono la porta.
 
Cristo è soglia spalancata che immette nella terra dell’amore leale, più forte della morte ( chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di tutte le prigioni (potrà entrare e uscire).
Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
 
Per me, una delle frasi più solari del Vangelo; è la frase della mia fede, quella che mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono venuto perché abbiate la vita piena, abbondante, gioiosa. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, vita di libertà vera e di coraggio.

Cristo non è venuto a pretendere ma ad offrire, non chiede niente, dona tutto. Vocazione di Gesù, e di ogni uomo, è di essere nella vita datore di vita. «Gesù non è venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita ed ha creato in noi l’anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).
 
Allora urge cambiare il riferimento di fondo della nostra fede: non è il peccato dell’uomo il movente della storia di Dio con noi, ma l’offerta di più vita.

 

a cura di Don Domenico Parrotta

 

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