Lectio Divina

XIII Domenica del Tempo Ordinario (anno A)

 

Preghiera iniziale:

 

Infondi in noi, o Padre,

la sapienza e la forza del tuo Spirito,

perché camminiamo con Cristo sulla via della Croce,

pronti a far dono della nostra vita

per manifestare al mondo la speranza del tuo regno.

Per Cristo Nostro Signore.

 

 

Testo: Mt 10,37-42

37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

 40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

Contesto:

Il vangelo di questa XIII domenica del Tempo Ordinario conclude il cosiddetto “discorso missionario” redatto da Matteo, dal quale era tratta anche la lettura su cui abbiamo meditato la scorsa settimana, con l’invito a non aver paura, poiché ogni istante della nostra vita è nell’abbraccio di Dio. Nel medesimo “discorso” Matteo raccoglie altri detti e insegnamenti di Gesù, alcuni dei quali presenti anche in altre tradizioni confluite nel Nuovo Testamento; queste molteplici attestazioni indipendenti, seppur con parole leggermente diverse, oltre ad una radicalità inaudita che poteva creare qualche imbarazzo, rendono molto plausibile agli occhi di qualsiasi storico l’ipotesi che possano effettivamente risalire a parole del Gesù storico. Vediamo allora cosa consiste questa radicalità.

Il verbo accogliere scandito sei volte nel brano matteano, tratto dal «Discorso sulla missione» che Gesù tiene ai suoi discepoli, costituisce il motivo dominante della liturgia della Parola di questa domenica. Anzi tra la prima e la terza lettura c’è quasi un nesso letterale: «la donna facoltosa» di Sunem che accoglie con premura il profeta Eliseo attua il detto di Gesù secondo il quale «chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta» (Mt 10,41). L’ospitalità per l’orientale è l’espressione di un dialogo, di un’apertura, di un’attenzione nei confronti di chi è solo, errante o abbandonato.

(A): Nel testo di questa XIII domenica del Tempo Ordinario sono presenti tre affermazioni che si concludono sempre così: “Non è degno di me”. Potremmo mettere in parallelo queste tre affermazioni che si concludono nello stesso modo. Per quanto riguarda la prima affermazione bisogna sottolineare che il termine “amore” che viene utilizzato non è quello riservato a Dio. La parola greca filein (amare) non è il termine che nei vangeli sinottici indica l’amore per Dio e per il prossimo (agapàn). In Matteo ha comunque un significato peggiorativo. Questa parola, alla quale Lc 14,26 ha dato una forma ancora più dura, dimostra che i legami familiari, certamente legittimi, possono diventare ostacolo sul cammino di coloro che vogliono seguire Gesù. Chi, dunque, vive l’amore in una condizione diversa da quella che ha vissuto il Signore, non è degno del Signore. E qual è l’amore nella condizione che ha vissuto il Signore? La con dizione è il prendere la croce e seguirlo; dove sequela e croce (c’è un legame profondo tra “prendere la croce” e “seguirlo”) è l’amore secondo Dio. Ogni altro amore, fosse anche l’amore per il padre o la madre, per il figlio o la figlia, rendono indegni di lui. Perché con Cristo c’è una condizione nuova che si fa strada, che irrompe ed è la condizione di assumere la croce di Cristo come condizione di sequela. D’altra parte Gesù è stato ritenuto degno del Padre proprio perché ciò che lo legava agli uomini non era semplicemente un amore umano, ma un assumere la condizione di Figlio, l’assumere la croce nell’adempimento della volontà del Padre. Questo lo ha reso degno del Padre. Non un amore per gli uomini come lo intendiamo noi, come noi ad esempio viviamo un rapporto filiale o paterno; qui c’è qualcosa di qualitativamente diverso. Quindi l’essere degno di lui passa attraverso un amore degno di Dio. E l’amore degno di Dio è appunto la croce come condizione di sequela.

 

Struttura del Brano:

Matteo 10,37: L’amore verso Gesù deve superare l’amore verso il padre e la madre e verso i figli Matteo 10,38: La croce forma parte della sequela di Gesù

Matteo 10,39: Saper perdere la vita per poterla possedere;

Matteo 10,40-41: Gesù si identifica con il missionario e con il discepolo Matteo;

Matteo 10,42: Il minor gesto fatto al minore dei minori ottiene ricompensa;

 

Commento del testo:

  • Matteo 10,37: Chi ama suo padre e sua madre più di me, non è degno di me. Luca riporta questa stessa frase, ma molto più esigente. Dice letteralmente: "Se qualcuno viene a me, e non odia suo padre e sua madre, i suoi figli, i suoi fratelli, le sue sorelle, e perfino la propria vita, costui non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Come combinare questa affermazione di Gesù con quell’altra in cui ordina di osservare il quarto comandamento: amare e onorare il padre e la madre? (Mc 7,10-12; Mt 19,19). Due osservazioni: (a) Il criterio fondamentale su cui Gesù insiste sempre è questo: la Buona Novella di Dio deve essere il valore supremo della nostra vita. Non ci può essere nella vita un valore più grande. (b) La situazione economica e sociale all’epoca di Gesù era tale che le famiglie si vedevano obbligate a rinchiudersi in se stesse. Non avevano più le condizioni per rispettare gli obblighi della convivenza umana comunitaria, come per esempio: la condivisione, l’ospitalità, l’invito a tavola e l’accoglienza degli esclusi. Questa chiusura individualistica, causata dalla situazione nazionale ed internazionale, produceva distorsioni: (i) Rendeva impossibile la vita in comunità; (ii) Limitava il comandamento “onora il padre e la madre” esclusivamente al piccolo nucleo familiare e non più alla grande famiglia della comunità; (iii) Impediva la manifestazione piena della Buona Novella di Dio, perché se Dio è Padre/Madre noi siamo fratelli e sorelle gli uni degli altri. E questa verità deve incontrare la sua espressione nella vita in comunità. Una comunità viva e fraterna è lo specchio del volto di Dio. La convivenza umana senza comunità è uno specchio incrinato che sfigura il volto di Dio. In questo contesto, la richiesta di Gesù: “odiare padre e madre significava che i discepoli e le discepole dovevano superare la chiusura individualistica della piccola famiglia su di sé, ed ampliarla alla dimensione della comunità. Gesù stesso mise in pratica ciò che insegnò agli altri. La sua famiglia voleva chiamarlo a rinchiudersi in se stesso. Quando gli dissero: “Guarda, tua madre ed i tuoi fratelli sono fuori e ti cercano”, lui rispose: “Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?. E guardando le persone attorno a lui disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio, questo è mio fratello, mia sorella e mia madre" (Mc 3,32-35). Allunga la famiglia! Questo era e continua ad essere fino ad oggi per la piccola famiglia l’unico cammino per poter conservare e trasmettere i valori in cui crede.
  • Matteo 10,38-39: Le esigenze della missione dei discepoli. In questi due versetti Gesù dà consigli importanti ed esigenti: (a) Prendere la croce e seguire Gesù: Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Per percepire tutta la portata di questo primo consiglio è bene aver presente la testimonianza di San Paolo: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”. (Gal 6,14). Caricare la croce suppone, fino ad oggi, un taglio radicale con il sistema iniquo in vigore nel mondo. (b) Avere il coraggio di dare la vita: Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.” Si sente realizzato nella vita solo chi è capace di darla totalmente agli altri. Chi invece vuole conservarla, la perde. Questo secondo consiglio conferma l’esperienza umana più profonda: la fonte di vita sta nel dono della vita. Dando si riceve. Se il chicco di grano non muore ..… (Gv 12,24).
  • Matteo 10,40: L’identificazione del discepolo con Gesù e con Dio stesso. Questa esperienza così umana della donazione e del dono riceve qui un chiarimento, un approfondimento: “Chi accoglie voi, accoglie me e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”. Nel dono totale di sé, il discepolo si identifica con Gesù; lì avviene l’incontro con Dio, e Dio si lascia incontrare da chi lo cerca.
  • Matteo 10,41-42: La ricompensa del profeta, del giusto e del discepolo. Il Discorso della Missione termina con una frase sulla ricompensa: Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa”. In questa frase la sequenza è molto significativa: il profeta è riconosciuto per la sua missione come mandato da Dio. Il giusto è riconosciuto per il suo comportamento, per il suo modo perfetto di osservare la legge di Dio. Il discepolo è riconosciuto per nessuna qualità o missione speciale, ma semplicemente per la sua condizione sociale di gente piccola. Il Regno non è fatto di cose grandi. E’ come una casa molto grande che si costruisce con mattoni piccoli. Chi disprezza il mattone, difficilmente costruirà la casa. Anche un bicchiere di acqua serve da mattone per la costruzione del Regno.
  • Matteo 11,1: La fine del Discorso della Missione. Fine del Discorso della Missione. Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città. Ora Gesù parte per mettere in pratica ciò che insegnò. Lo vedremo nei prossimi capitoli 11 e 12 del vangelo di Matteo.

 

Per un confronto personale

  • Perdere la vita per guadagnare la vita. Hai avuto qualche esperienza di sentirti ricompensato/a per un atto di donazione o di gratuità agli altri?

  • Chi riceve voi, riceve me, e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato. Fermati e pensa ciò che Gesù dice qui: lui e Dio stesso si identificano con te.

 

Preghiera finale

Signore, beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!
Beato chi trova in te la sua forza
cresce lungo il cammino il suo vigore. (Sal 83)

 

a cura di Don Domenico Parrotta

 

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