Lectio Divina
XXVIII del Tempo Ordinario (anno A)

 

 

Preghiera iniziale:

Padre,
che inviti il mondo intero
alle nozze del tuo Figlio,
donaci la sapienza del tuo Spirito,
perché possiamo testimoniare
qual è la speranza della nostra chiamata,
e nessun uomo abbia mai a rifiutare
il banchetto della vita eterna
o a entrarvi senza l’abito nuziale.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Testo: Mt 22,1-14

1 Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

Contesto:

La parabola di oggi, la terza parabola pronunciata da Gesù nel tempio di Gerusalemme e indirizzata ai capi dei sacerdoti e alle guide religiose che avevano contestato la sua autorità nella predicazione e nell’operare il bene (cf. Mt 21,23-27), riflette l’atteggiamento di superbia di quelli che confidano nella propria giustizia, quella giustizia che possono acquistare col loro sforzo personale diretto a osservare scrupolosamente la legge; l’atteggiamento di coloro che rifiutano la vera giustizia, quella delle vie della salvezza, che procede da Dio. È una parabola strettamente collegata con la precedente, quella dei vignaioli malvagi (cf. Mt 21,33-43), perché il tema di fondo è lo stesso: il rifiuto opposto al Signore della vigna o al Re che offre il banchetto. Tanto Matteo quanto Luca narrano sostanzialmente la stessa parabola, ma Matteo l'ha interpretata e adattata ai suoi lettori immediati, facendo di essa un compendio allegorico della storia della salvezza. Nel re che prepara il banchetto di nozze per il suo figlio e manda i suoi servi a chiamare gl'invitati è facile scoprire la corrispondenza fra gli elementi principali della parabola e la realtà che l'evangelista cerca di descrivere: Dio manda il suo Figlio. Lo annunziano i profeti. I primi invitati sono i giudei, il popolo eletto, che rifiuta l'invito. La parabola di Matteo ha la peculiarità dell'«abito nuziale» senza il quale si presentò al banchetto uno degl'invitati. Questo abito nuziale è un particolare della parabola. Non sappiamo che vi fosse un abito speciale per i banchetti nuziali: si dovrebbe trattare semplicemente d'un abito decente e pulito.

Questo vestito indica e simboleggia l'azione di Dio sull'uomo: «Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto col manto della giustizia» (Is 61,10). Chi non si presenta con questo vestito, resta escluso dal banchetto: «legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre», lontano da Dio, alla Geenna del fuoco.

 

Commento al testo:

1 «Riprese a parlar loro in parabole»: Il pubblico per questa parabola è lo stesso che nella precedente: i capi dei sacerdoti e i farisei (21,45). La parabola dell’Evangelo di oggi è introdotta da una annotazione redazionale: «Rispondendo Gesù... »; che avverte che si sta iniziando un nuovo discorso ed è tipica nel N.T. (nei 4 evangeli e nel libro degli Atti) dove la troviamo circa 94 volte (in Mt circa 43 volte e senza che vi sia una domanda a cui si debba rispondere).

2 «Il Regno dei cieli è simile…»: Espressamente Matteo inizia il racconto con la formula tipica delle parabole del Regno: la narrazione dunque mira ad illustrare un aspetto dell’intervento di Dio, alla fine dei tempi, tutto è paragonato (allegoricamente) ad un re che organizza il banchetto di nozze per suo figlio. Da una semplice cena (in Luca) Matteo parla di un banchetto di nozze per il figlio del re e i ritocchi dell’evangelista non lasciano dubbi sul loro significato simbolico: il re è Dio, il banchetto a cui invita gli ospiti è un pranzo di nozze - figura tipica dell’alleanza - per il figlio del re che allude chiaramente al Messia, inteso come Figlio di Dio, secondo l’immagine attinta dalla parabola precedente.

«un banchetto di nozze»: l’immagine del convito quale simbolo delle nozze messianiche è presente sia nell’AT che nel NT (essa compare già nel libro di Isaia, nello scenario grandioso del monte Sion (cfr. Is 25,5ss, la I lett.; 55,1-3; 65,13; Sal 22 (21),27; Sal 23 (22),5; Mt 8,11; 26,29; Mc 14,25; Lc 14,15; ecc.). Va notato subito che non si parla dello sposo, che resta un’identità misteriosa, né della sposa, altra figura da identificare. La narrazione punta piuttosto sull’azione del Re (è il soggetto di quasi tutte le azioni della parabola ed è l’unico che prende la parola) e sulle reazioni degli invitati (il più delle volte un colpevole silenzio).

La parabola con il suo linguaggio simbolico ci spinge a cercare queste due persone:

  1. lo sposo : nei sinottici è Cristo; il testo seguito è Mc 2,19-20 (cfr. Mt 9,15-16; Lc 5,34-35). Giovanni pone questo detto, con la nota della gioia e con trasposizioni evidenti, sulla bocca del Battista (Gv 3,29). Nella tradizione giovannea poi lo sposo è l’Agnello immolato ma risorto (Ap 19,7), verso cui lo Spirito spinge la sposa, che invoca il suo Amato affinché venga (Ap 22,17).
  2. la sposa : la riconosceremo alla fine della parabola.

v.3 II Re nella sua maestà e nel suo prestigio invia i servi a «chiamare i chiamati», bel gioco di parole centrato sul verbo Kaléò, vocare, chiamare, invitare.

La chiamata o l’invito è un tipico elemento dell’evangelista Matteo; è presente sia nella vocazione dei primi discepoli (4,18-22) come pure nell’uso di molte parabole [il proprietario della vigna chiama i lavoratori per pagarli: 20,8; l’uomo che parte chiama i servi per affidar loro i talenti: 25,14; nel famoso detto di Gesù:«Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori»(9,13)].

La sua chiamata è ripetuta. Essa è permanente e appare anche come universale, per «cattivi e buoni». Il Re appare realmente come ho Kalón, il Vocante. Il verbo ricorre 6 volte, con scansione insistita (vv. 3.4.9.10.14); non solo, ma segna i tempi del prima, del poi, dell’eterno presente, dunque è chiamata attuale.

È come una pesca ripetuta che riempie le reti, una pesca miracolosa (cfr. Gv 21,11; Lc 5,4-7) di «pescatori di uomini» (4,18-22). La parabola della rete si realizza (13,47-50).

Le Nozze, con l’articolo e senza ulteriore specificazione, sono le Nozze per eccellenza, le prime ed ultime nozze; si tratta dell’evento principale del Regno. Alla premurosa chiamata corrisponde la negligenza colpevole degli invitati; questa «vocazione-invito» riceve una secca e totale risposta:«non vollero venire».

v. 4 «Mandò di nuovo»: Anche con le stesse parole della parabola dei vignaioli omicidi vengono poi ricordate due missioni successive dei servi; al primo gruppo, in cui si possono riconoscere i profeti, gli invitati risposero con un rifiuto; il secondo gruppo può solennemente annunciare che «tutto è pronto» e perciò rappresentano gli apostoli stessi del Cristo: anche ad essi gli invitati rispondono con l’indifferenza e la violenza. Il Re insiste, desidera tutti alla sua festa. Gli invitati sono davvero importanti se il Re tiene tanto ad averli; la cortesia e l’insistenza del Re mostrano anche l’altro aspetto, la gratuità del dono che gli invitati riceverebbero; nulla da essi si chiede, se non la partecipazione. Ma il tempo sta scadendo.

vv. 5-6 Gli invitati rispondono con l’oltraggio e questo rifiuto è il primo fatto inatteso del racconto. I convitati se ne vanno: i più pacifici, alle aziende agricole o ai mercati, dunque gli affari «loro». Sono le preoccupazioni ritenute decisive, che si permette che occupino tutto il proprio spazio d’esistenza, e che rendono insensibili ad ogni altra istanza, pur decisiva.

I più risentiti poi catturano gli inviati del Re, li oltraggiano e li uccidono (cfr. vignaioli omicidi).

Nella versione di Luca gli invitati semplicemente rifiutano l’invito, perché hanno altri impegni; invece nel racconto di Matteo coloro che ricevono l’invito a pranzo non solo non se ne curarono, ma addirittura presero i servi, li insultarono e li uccisero. Non è realistico che un invitato uccida chi reca un invito a nozze, ma la scena vuole alludere a qualche altro fatto, di cui è solo figura letteraria. Infatti nell’intenzione di Matteo tale violenta reazione rispecchia gli eventi drammatici del Cristo e della prima comunità cristiana. Pertanto in questo racconto non dobbiamo cercare la verosimiglianza storica, ma piuttosto il senso allegorico come veicolo letterario per proporre una interpretazione teologica della storia. L’evangelista ha forse voluto ricordare anche in una rapida nota la distruzione di Gerusalemme, avvenuta nell’anno 70 d.C. per opera dell’esercito romano: il suo intento teologico è quello di giustificare tale fatto storico, inserendolo nel piano divino della salvezza. Subito dopo infatti compare, in bocca al re, la motivazione del nuovo invito: «Gli invitati non ne erano degni».

v. 7 «uccise e diede alle fiamme»: I1 Re adirato giustamente, invia le sue truppe, infligge la rovina agli omicidi (cfr. 21,41; Lc 19,27), incendia le loro città.

La severità del re dopo il rifiuto dei primi invitati, egli infatti non si limita ad uccidere i colpevoli ma distrugge la loro città, fa nascere il problema delle conseguenze del male su chi non è colpevole. Si legga a questo proposito Gen 18,23-33 (la trattativa di Dio con Abramo per salvare i giusti di Sodoma). L’interrogativo rimane: nella realtà il male si abbatte anche sugli innocenti!

v. 8 Tuttavia, al Re non basta; a lui stanno a cuore le Nozze. Per la terza volta, numero simbolico, torna al suo progetto. Parla ai servi e dice «Le Nozze sono pronte ma i vocati non erano degni». Questi invitati rappresentano sia il popolo giudaico che i loro capi.

v. 9 «Andate»: gr. poréuomai, verbo che sta all’inizio della missione (vedi 10,6, «discorso di missione») ed alla fine, quando l’invio dei discepoli ha la vastità del mondo (28,19).

«chiamate»: è un imperativo aoristo che ordina di iniziare un’azione nuova.

v. 10 «raccolsero»: I servi eseguono e radunano tutti, verbo synàgò, da cui synagógè, assemblea, e synaxis, l’assemblea liturgica.

«buoni e cattivi »: Interessante la specificazione fatta da Matteo; Luca (14,21) invece specifica di chiamare i ciechi, gli zoppi.., tutti gli emarginati in una parola. Non più fame, né morte, né vergogna: tutto ciò che spegne e incupisce gli sguardi e sfigura tanti volti, svanirà al sole di Dio. Gli invitati alla mensa del Signore sono i rifiuti della società, i miserabili, le vittime della fame di pane, di verità, di perdono: Dio li sazierà. Ma questa speranza ha bisogno di un segno attuale e concreto: occorre un luogo dove si ritrovi il gusto della festa, la nobile dolcezza dell’amicizia e la gioia di vivere. Questo luogo è la Chiesa, o almeno dovrebbe esserlo.

L’evangelista Matteo non ci dice nulla dei primi, nè dei secondi invitati, a lui non interessano le categorie sociali, ma si comprende chiaramente che l’invito al regno è rivolto a tutti, indipendentemente dalla loro situazione spirituale di partenza. Radunano «cattivi e buoni», tali considerati agli occhi del mondo; è anche il caratteristico modo orientale di esprimere la totalità (cfr. Gen 2,17, «conoscenza del bene e del male » e vedi anche salmi). È evidente il riferimento alla grande svolta, avvenuta nella Chiesa apostolica, della predicazione ai pagani e dell’accoglienza nella comunità di moltissime persone provenienti dal mondo ellenistico non ebreo.

La scena parabolica si spiega con l’affermazione sintetica che gli Atti degli apostoli mettono in bocca a Paolo e Barnaba di fronte all’ostilità dei giudei di Pisidia: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani» (At 13,46). I pagani, cioè le genti si rallegrano per questo invito e l’accolgono con gioia, glorificando la parola del Signore. «cattivi e buoni»: la terminologia è molto simile a quella adoperata nella parabola della rete che raccoglie ogni genere di pesci (Mt 13,47-50) e richiama la stessa idea della parabola della zizzania (Mt 13,24-30.36-43). In tal modo prepara l’immagine della separazione fra buoni e cattivi che svilupperà nella parte finale.

L’immagine fondamentale della parabola evangelica richiama anche la grande promessa del banchetto escatologico contenuta nella raccolta di oracoli comunemente detta «grande apocalisse di Isaia» (Is cc.24-27): si tratta di una raccolta post-esilica di testi vari, unificati dal genere letterario apocalittico, che annuncia l’intervento definitivo di Dio, il grande giudizio di separazione fra buoni e cattivi con l’instaurazione del regno definitivo.

Il brano scelto dalla liturgia per la I lettura (Is 25,6-10a) contiene proprio la descrizione celebrativa dell’ultimo atto della storia: dopo la sconfitta finale del male è inevitabile che segua una grande festa di vittoria e non può esserci festa senza banchetto. Così, partendo dalla realtà consueta di un grande evento celebrato con un lieto e abbondante pranzo fra amici, l’autore crea l’immagine del banchetto escatologico preparato con eccezionale ricchezza da Dio stesso sul monte santo di Gerusalemme (nella sua casa, cioè) a cui inviterà tutti i popoli della terra per festeggiare la fine del vecchio mondo cattivo. In tal modo a tutti i popoli - dice il profeta - sarà offerta la possibilità di gustare in gioiosa convivialità la presenza stessa di Dio, che finalmente si sarà mostrato faccia a faccia, senza più veli, e godere in pieno la vita nuova offerta da Dio dopo l’eliminazione di ogni male e del peggiore dei mali che è la morte.

Nella pienezza dei tempi dunque, annuncia in sostanza il profeta apocalittico, Dio interverrà nella storia e, distrutto il male, accoglierà gli uomini che sperano in lui in una gioiosa intimità di vita, come in uno splendido pranzo di famiglia.

vv. 11-13 Il Re si cura anche dello svolgimento delle Nozze; che tutto stia in ordine. L’episodio della veste tuttavia mal si adatta alla parabola che lo precede. La giustificazione davanti al rimprovero sarebbe stata, in tal caso, a portata di mano; il convitato invece tace. Egli non è uno degli invitati chiamati nella strada dal Re misericordioso per riempire la sala del convito, dopo che i primi chiamati hanno rifiutato l’invito.

La sua storia è evidentemente un’altra ed è la storia d’una colpa. Cosicché anche il Re, che ora lo punisce crudelmente non è lo stesso Re misericordioso di prima, ma un altro personaggio che esercita un compito di giudice severo.

Non sono gli stessi neppure i servi. Nella parabola del banchetto i primi messaggeri del Re sono appunto dei «servi-schiavi» (in gr. douloi); ma ora, gli incaricati di espellere l’ospite senza la veste nuziale sono, secondo il più esatto testo greco, diàkonoi, cioè dei diaconi o ministri (siamo in un’assemblea cristiana intenta a celebrare il banchetto eucaristico).

Anche la morale è diversa da quella della parabola principale, e precisamente questa: per entrare nel regno di Dio si esigono determinati requisiti morali.

Tutto questo corrisponde molto probabilmente, alla situazione della comunità a cui Mt indirizza il suo vngelo. Molti cristiani ritenevano sufficiente l’adesione iniziale al Cristo senza altre implicanze per la vita quotidiana: ne era inevitabile conseguenza una valutazione magica dei riti sacramentali e un pericoloso lassismo morale. Per educare questa gente Matteo aggiunge alla parabola degli invitati un altro racconto (forse originariamente indipendente) sulla condizione per partecipare al banchetto. Ma cerchiamo di capire il testo come è, cerchiamo di chiarire il significato dell’abito nuziale.

«l’abito nuziale»: era costume in Oriente che i sovrani, invitando, donassero agli ospiti ricche vesti, profumi, alloggi sontuosi. Guai a rifiutare la munificenza, era un affronto sanguinoso. Non risulta tuttavia che una simile usanza vigesse ancora al tempo di Gesù, per cui si potrebbe riferire soltanto ad un vestito da festa, un abito decente, riservato per particolari occasioni, sebbene non solo per feste nuziali. Ma i convitati di Matteo venendo direttamente dai «crocicchi delle strade» non erano certo obbligati ad aver indosso un abito festivo (se pur lo possedevano!). Sarebbe grossolano supporre che essi abbiano prima potuto recarsi a casa per prendere un vestito.

A costruire lo sfondo di questa parabola, meglio che il racconto del convito nuziale, serva una parabola rabbinica raccontata da Johanam ben Zakkai (verso 1’80 d.C.). Essa si dipana lungo la falsariga del racconto delle 10 vergini:

Un re invitò i suoi servi ad una festa, ma senza fissare il tempo. Quelli più saggi tra di essi si abbigliarono e si sedettero all’ingresso del palazzo reale. Dicevano: poco manca ancora nel palazzo del re. Ma gli stolti tra di essi continuarono il loro lavoro ordinario, dicendo: c’è forse una festa senza una lunga attesa? Ora il re chiamò improvvisamente i suoi servi. Quelli saggi entrarono, essendo convenientemente abbigliati. Ma quelli stolti non entrarono alla sua presenza, essendo tutti sudici. Allora il re si rallegrò con i saggi, ma si adirò con quelli stolti e disse: «Quelli che si abbigliarono per la festa si siedano e bevano; ma quelli che non si prepararono per la festa rimangano fuori in piedi a guardare ».

Sullo sfondo di questo racconto rabbinico e della parabola delle 10 vergini, anche il personaggio del nostro racconto rivela meglio la sua fisionomia. Egli è un invitato a nozze che si è lasciato cogliere di sorpresa dall’ora del convito. Nella parabola rabbinica l’abito da festa significa chiaramente la penitenza; è l’abito pulito e nuovo, nato dalla conversione e dalla purificazione delle colpe.

Nella versione predicata da Gesù invece l’abito da lui voluto è quello «nuziale», si tratta qui di una vera «teologia della veste»:

  • il Signore stesso «ama il forestiero per donargli cibo e veste» (Dt 10,18: «rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito»); nella parabola l’ordine è di chiamare chi passa, i forestieri (v. 9);
  • dona la veste nuziale alla sposa sua, dono della sua grazia (Is 52,1), «vesti di salvezza, manto di misericordia»; «come lo sposo con il turbante, come la sposa con i monili» (Is 61,10); leggere anche Bar 5,l-4a la dona in segno di vittoria (Ap 3,5; 7,9.13-14);
  • nel N.T. tale veste preziosa e sfarzosa è lo Spirito Santo che ci riveste «dall’alto» (Lc 24,49), come dono del Padre mediante il Figlio;
  • è anche Cristo Signore: Gal 3,27 «poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo»; Rm 13,14: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne».
  • Nel Rito del Matrimonio alla memoria del Battesimo dopo l’invito iniziale (possibilmente presso il fonte battesimale) e prima dell’aspersione con l’acqua benedetta il sacerdote ad un certo punto dice: «Spirito Santo, potenza del Padre e del Figlio, oggi fai risplendere in N. e N. la veste nuziale della Chiesa» (55).

Il simbolo della veste e delle nozze si trova frequentemente nella letteratura apocalittica per indicare la salvezza e l’appartenenza alla comunità dei salvati. Ed è proprio l’Apocalisse di Giovanni che ci spiega il significato dell’abito nuziale offerto alla sposa dell’Agnello: «La veste di lino sono le opere giuste dei santi» (Ap 19,8b). Con tale simbolo dunque Matteo presenta la fedele attuazione della volontà divina, l’impegno concreto di una vita fraterna e, alla luce del giudizio finale e della futura separazione, ricorda con fermezza la necessità di coerenza tra fede e vita.

«Amico»: Come il Signore della vigna fa il processo all’operaio che non si accontenta di 1 denaro, e lo chiama «amico », così il Re delle Nozze.

È la medesima domanda del Signore a Giuda, precisamente: «Amico, a che ti presenti?»» (26,50). Tace l’operaio; tace Giuda, tutti i colpevoli tacciono di fronte al Signore.

«Legatelo e gettatelo fuori»: accade come nella parabola della zizania, l’erba cattiva è destinata al fuoco; come il servo inutile del talento sterile (25,30), è gettato nelle tenebre. I «gettati» staranno nel pianto e nello stridore di denti, espressione che allude al fuoco consumatore della gehenna.

«molti... pochi...»: Forse questo detto di Gesù esprimeva originariamente tutta la sua amarezza nel constatare come il suo appello di salvezza rivolto a tutti («molti», ebraismo per moltitudine) avesse trovato così scarsa corrispondenza.

 

Conclusione:

A conclusione della parabola del convito nuziale, dove solo uno non appare in regola, il detto suona come una nota paradossale. Nella parabola delle 10 vergini, ben 5 sono escluse.

Ecco l’avvertenza severa: «Vegliate, poiché non conoscete giorno né l’ora» (25,13). Riportato a conclusione della parabola i "molti chiamati" sono gli Israeliti, i primi invitati che non hanno risposto all’appello divino. Questa parabola è stata a lungo letta nella tradizione cristiana come condanna di Israele, il popolo scelto da Dio, che non avendo riconosciuto in Gesù il Messia inviatogli da Dio stesso, non può che essere castigato insieme alla città di Gerusalemme consegnata alle fiamme e alla distruzione. Ora, quando Matteo mette per iscritto questo racconto, Gerusalemme è stata distrutta dai romani nel 70 d.C., e tale evento sembrava “autorizzare” l’interpretazione della catastrofe giudaica come punizione inviata da Dio. Ma dobbiamo essere intelligenti e vigilanti: questa parabola, non a caso scritta nell’Evangelo e indirizzata alla comunità cristiana, riguarda noi, noi che ci diciamo cristiani, chiamati da Dio personalmente alla fede e al banchetto del Regno. Di fronte a questa chiamata che il Signore sempre rinnova, siamo pronti ad accedere al banchetto, senza dilazioni, o invece opponiamo alla sua parola molte ragioni personali, per non ascoltarla? E se partecipiamo al banchetto, vi andiamo mutando la veste del nostro comportamento, in una vera conversione, o invece finiamo per mentire con ipocrisia, entrando nell’alleanza con il Signore senza aver operato un reale cambiamento del nostro egoistico modo di vivere?

Dal giorno della Pentecoste il segno e il luogo privilegiati della riunione universale voluta da Dio è la Chiesa. Il miracolo delle lingue e la presenza a Gerusalemme di genti venute da ogni parte del mondo esprimono bene fin dal suo nascere la natura e la missione della Chiesa, il cui mistero può esprimersi proprio in termini di convocazione e di raduno.

La Chiesa non è fedele a se stessa se non si pone come ponte che unisce gli uomini non solo con Dio, ma anche fra di loro. Essa ha per compito quello di andare incontro agli uomini e di raggiungerli là dove si trovano. Nel mondo moderno, secolarizzato, la situazione e la presenza della Chiesa tra gli uomini è molto cambiata. In tempi di «cristianità» la Chiesa radunava non solo attorno all’Eucaristia, ma anche in molti altri settori della vita e dell’attività umana, sui quali esercitava una vera tutela; oggi questo compito è molto diverso per le mutate condizioni.

Potremmo dire che la vera unità, il vero raduno degli uomini avviene, oggi, al di fuori della sfera d’influsso della Chiesa, quando non in opposizione ad essa. La convocazione e il raduno degli uomini avviene oggi attorno agli ideali di giustizia, di liberazione, di presa di coscienza della propria dignità, che raccolgono le masse in “movimenti”. Gli uomini si ritrovano uniti nella lotta contro le malattie, la fame, per la difesa dell’ambiente e nel tentativo titanico di liberarsi dalle schiavitù e dai limiti delle forze della natura; si raccolgono attorno alla scienza e alla tecnica alla quale credono come in una nuova e terrena speranza; si raccolgono e si uniscono nella lotta contro l’oppressione e il potere di un sistema.

Questa raccolta e questa riunione è favorita e resa possibile oggi dalle molteplici piattaforme di comunicazione su internet. Questo è il terreno dove gli uomini, oggi, si incontrano e dove l’uomo moderno crede di portare a termine un destino storico che sembra estraneo alle preoccupazioni religiose. In questa situazione il cristiano prova spesso la sensazione di sentirsi «disperso» in mezzo agli altri uomini, ma il cristiano non è mai un «isolato» perché resta membro vivo della Chiesa. Io sono personalmente convinto che la «convocazione» della Chiesa, in questi ambienti, non avviene tanto attraverso la sola parola proclamata come nel passato, ma passa ancor più attraverso la testimonianza della propria vita insieme a quella di altri membri vivi della Chiesa, sacerdoti e laici, insieme immersi nelle realtà quotidiane e che insieme annunciano la Risurrezione di Cristo.

Questa testimonianza ecclesiale di vita è davvero un appello per tutti alla salvezza e a una «riunione» molto più totale e profonda di quella che l’uomo riesce a costruire con le sue sole mani.

«Molti-pochi»: nel linguaggio biblico indica un rapporto più qualitativo che numerico.

La Sposa: Chi è la Sposa? Anche il brano parallelo di Luca non parla della sposa. Né lo sposo della parabola delle 10 vergini che porta la Sposa nel corteo nuziale (Mt 25,6):

  1. Le dieci vergini sono la Sposa, benché in realtà lo siano solo le 5 sapienti.
  2. I «vocati» del convito di nozze sono la Sposa, la comunità radunata dal Re per il Figlio, benché uno ne sia escluso.

Tutto quello che abbiamo detto sopra non lascia dubbi. È la città di Dio; la Gerusalemme nuova, radunata da ogni angolo della terra (cfr. Ap 21,1-2.9).

«Conoscete lo Sposo: è Cristo. Conoscete la Sposa: è la Chiesa» diceva S. Agostino in un suo appassionante discorso sulla parabola di oggi (Disc. 90,1.5.6).

 

 

 

 

Fonte: Abbazia Santa Maria di Pulsano
a cura di Don Domenico Parrotta

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