Lectio Divina Prima domenica di Avvento (anno B)

 

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Breve istruzione spirituale sul Tempo di Avvento:

La teologia dell'Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine "adventus" (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l'anniversario della prima venuta del Signore; d'altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi.

Nel corso dell’anno liturgico, l’Avvento è il tempo che non solo ci prepara a celebrare il ricordo-memoriale della nascita di Gesù Cristo, ma anche il tempo che ci proietta verso la seconda venuta del Figlio di Dio, quando alla fine dei tempi "verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti", introducendoci nel suo regno che non avrà mai fine.

La liturgia illustra le qualità che devono caratterizzare ogni cristiano in questo tempo di grazia spirituale:

  • la vigilanza, virtù specifica di chi vive in fervorosa attesa del Messia Salvatore;
  • la fede, nutrimento e sostegno per accogliere, come Maria, il mistero di Dio divenuto uomo per la nostra salvezza;
  • la speranza, di chi confida nell’amore misericordioso di Dio;
  • la conversione, l’impegno sollecito ed urgente di chi si prepara all’incontro con Cristo;
  • la preghiera, affettuosa invocazione all’Atteso: Vieni, Signore Gesù (Ap 22, 20);
  • la gioia, espressione di un’attesa che si concretizza in una Persona e che si apre al suo completamento nel Regno dei cieli.

L’Avvento è dunque il tempo propizio per far spazio a Cristo, l’unico medico che solo può guarire le nostre debolezze e consolarci con la sua presenza.

E proprio la prospettiva della vigilanza che ci viene offerto in questa prima domenica di Avvento:

L’anno B del ciclo triennale delle letture è l’anno di Marco.

Nella liturgia, c’è un’estrema sottigliezza nell’effettuare il cambiamento di tono: la nostra attenzione, che nelle ultime settimane era centrata sul giudizio e sulla fine del mondo, si sposta ora sul modo di accogliere Cristo: non con paura, ma con impazienza, proprio come un servo che attende il ritorno del padrone (Mc 13,35).

In quanto preparazione al Natale, l’Avvento deve essere un tempo di attesa nella gioia. San Paolo interpreta il nostro periodo d’attesa come un tempo in cui dobbiamo testimoniare Cristo: “Nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1Cor 1,7).

 

 

L’inizio dell’anno liturgico non è semplicemente ciclico ma telico, cioè progressivo. Se siamo abituati ad una ciclicità allora questo incide sul nostro impegno etico, occorre vigilare se non si vigila perdiamo il nostro impegno primario alla conversione continua e permanente.

 

Testo: Mc 13,33-37

33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

Contesto:

Il Vangelo di questa prima domenica di avvento viene preso dal cosiddetto discorso escatologico del Vangelo di Marco, raccolto nel c. 13. Per molti commentatori questo cap. 13 è una composizione letteraria nella quale Mc ha raccolto diversi detti di Gesù sull’escatologia riletti probabilmente alla luce degli avvenimenti catastrofici che culminano nella distruzione di Gerusalemme nel 70 d.c. infatti: composto dopo una lunga fase di predicazione orale apostolica tra il 60 e il 70 d.C.

 

Struttura capitolo 13:

  1. predizione della distruzione del tempio 1-4
  2. i segni premonitori 5-8
  3. le persecuzioni future 9-13
  4. la grande desolazione 14-20
  5. falsi cristi e falsi profeti 21-23
  6. la venuta del Figlio dell’uomo 24-37
  7. la parabola del fico 28-31
  8. appello alla vigilanza 32-37

 

Tema fondamentale: Due movimenti

Nella liturgia della prima domenica di avvento troviamo quindi un appello di Gesù alla vigilanza.

L’avvento si introduce con l’oracolo penitenziale di Is così inizia la prima lettura tratta dal capitolo 63 di Is: “Tu Signore sei nostro Padre” c’è un orizzonte penitenziale con il riconoscimento della colpa del popolo. Ma c’è anche, una venuta, un ritorno, un viaggio del Signore verso l'uomo. E una venuta che il brano di Isaia della prima lettura presenta come un evento tanto sospirato: «Se tu squarciassi i cieli e discendessi!». Dio in Cristo ha totalmente infranto il suo splendido isolamento e, per usare i verbi della supplica isaiana, «ha squarciato i cieli», «è disceso» in mezzo a noi, «è andato incontro a quanti si ricordano delle sue vie», ha svelato il suo volto di «Padre» e di redentore. La rivelazione e l'incarnazione sono la testimonianza più reale di questo movimento di Dio senza il quale l'uomo resterebbe solitario in questo universo indifferente alle sue speranze, ai suoi dolori, ai suoi crimini.

Ma la piccola parabola che è incastonata nel discorso di Gesù riferito da Marco vuole dipingere vivacemente soprattutto il secondo movimento, quello umano. Gli imperativi sono significativi come il verbo che domina nel brano: «State attenti, vegliate, vegliate, vigilate, vegliate!». Anche il testo di Isaia sottolinea l'esigenza di questa reazione dell'uomo di fronte al Signore che entra nella nostra casa e nei nostri giorni: «non vagheremo più lontano dalle tue vie, praticheremo la giustizia, ci ricorderemo delle tue vie.

La venuta del Signore è, infatti, una sorpresa. Può avvenire quando le ombre stanno scendendo o nel pieno della tenebra a notte fonda, o quando si profila all'orizzonte la prima lama di luce o magari può accadere a primo mattino quando il sole sfolgora nel cielo.

Di fronte all'imprevedibilità dell'arrivo di Dio «tra i suoi» come dice l'evangelista Giovanni nel suo prologo (Gv 1, 11) - la reazione dell'uomo non può essere quella del sonno, dell'indifferenza, della pigrizia e della distrazione.

Troppo spesso però, il nostro atteggiamento è ben diverso. È curioso notare che poche righe dopo nel Vangelo di Marco proprio i discepoli che stanno ora ascoltando queste parole di Gesù saranno descritti come immersi nel sonno più profondo, sdraiati sotto gli ulivi del giardino del Getsemani.

C'è un verbo che riecheggia all'interno del Vangelo proclamato in questa solenne apertura dell'anno liturgico. Nel testo originale greco risuona tre volte ed è il verbo gregorein, «vegliare, vigilare», vicino per significato ad un altro termine greco, particolarmente importante nel Nuovo Testamento, egheiren, «svegliarsi», usato per descrivere la Risurrezione di Cristo dal sonno della morte. Un altro verbo greco nel nostro brano ripete lo stesso concetto della veglia e della vigilanza, così che per quattro volte siamo invitati da Gesù ad essere svegli, attenti, liberi dalla nebbia del sonno e dell'immobilità.

Per svolgere il senso profondo di questo appello Gesù ricorre ad una parabola, quella del portiere. Essa è immersa nella notte che Marco scandisce secondo l'uso romano in quattro «veglie»: la sera, mezzanotte, il canto del gallo, l'alba. Anche nell'episodio notturno della tempesta sul lago di Tiberiade l'evangelista segnala che Gesù «venne incontro ai discepoli verso la quarta vigilia della notte, camminando sul mare» (6, 48). Gli ebrei, invece, dividevano la notte solo in tre fasi: Marco tiene dunque conto dei suoi ascoltatori probabilmente pagani.

L'alimento fondamentale della tensione e dell'attenzione è, invece, per la parabola nell'imprevedibilità del ritorno del padrone di casa. Per due volte, infatti, si ripete: «Non sapete quando sarà il momento preciso... Non sapete quando il padrone di casa ritornerà». Sospeso come una spada sul portiere è quell'istante in cui un tramestio di piedi, un colpo alla porta, rivelerà che il signore è rientrato.

Ormai il messaggio è trasparente e quell'appello «Vegliate'» cade con veemenza sull'ottusa indifferenza dell'uomo contemporaneo. Benessere, distrazione, banalità, superficialità sono come una rete che imprigionano il cervello e il cuore. Nel discorso parallelo di Matteo Gesù evoca sugge­stivamente il momento che precedette il diluvio: «In quei giorni gli uomini mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti» (24, 38-39). Le parole di Gesù scendono come il turbine del diluvio per scuotere le coscienze immerse nel torpore. C'è infatti un'inquietudine della coscienza che è indizio di sensibilità, di vita, di spiritualità, di fede. Seguendo un'espressione paradossale ma cristiana dello scrittore francese Julien Green potremmo dire che «quando si è inquieti si può stare tranquilli».

Un altro autore definisce la vigilanza del portiere come il simbolo di quell'«atteggiamento con cui il credente attende sempre responsabilmente il Signore che viene e nulla lo può distogliere dalla costante disponibilità nei suoi confronti». Perciò, anche se nella tradizione cristiana alcuni hanno visto in lui, Pietro, nel portiere della parabola siamo identificati tutti noi che attendiamo al termine della storia il Signore. Infatti, l'attesa per il giusto non è tanto un incubo, come poteva essere per la generazione di Noè, ma è una speranza.

Cristo verrà per introdurre i giusti nel suo Regno, e questa motivazione che deve animare il nostro vegliare come disposizione permanete del nostro cammino cristiano.

La vigilanza è semplicemente come l'attesa di un figlio che spia all'orizzonte il ritorno del padre per corrergli incontro e affidargli nelle mani tutte le sue paure e le sue gioie, i suoi problemi e i risultati ottenuti. Il cristiano è un uomo del presente!

La nostra vigilanza quindi aiuta anche la nostra crescita cristiana ed umana nella costruzione di una vera umanità aperta costantemente al mistero di Dio che viene.

 

 a cura di Don Domenico Parrotta

 

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