Lectio Divina sul Vangelo della I Domenica di Quaresima (anno B)

 

Preghiera iniziale:

O Dio, Padre buono, che hai tanto amato il mondo da dare il tuo Figlio, rendici saldi nella fede, perché, seguendo in tutto le sue orme, siamo con lui trasfigurati nello splendore della tua luce. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 

Testo: Mc 9,2-10

2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». 8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

Contesto:

Il racconto della trasfigurazione appartiene al genere letterario delle teofanie. Nell’Antico Testamento Dio si manifesta con segni visibili. A parte manifestazioni tramite locuzioni, sogni e visioni la prima vera teofania avviene quando Dio rinnova la sua promessa ad Abramo manifestandosi nella notte come un braciere fumante (Gen 18,2-3). Dalla prima apparizione a Mosè nel roveto ardente (Es 3,1-6), vari sono i segni della presenza di Dio, tuttavia la teofania più maestosa dell'Antico Testamento avviene sul Sinai (Es 19, 16-25; 20,18-21). Le teofanie dell'antico testamento si spingono sino al punto di vedere Dio faccia a faccia (Es 33,11).

Nel Nuovo Testamento è Cristo la piena manifestazione di Dio specialmente nel battesimo, nella trasfigurazione, nella passione, nella croce, e nella risurrezione.

 

Commento al testo:

La trasfigurazione occupava un posto importante nella vita e nell’insegnamento della Chiesa primitiva. Ne sono testimonianze le narrazioni dettagliate dei Vangeli e il riferimento presente nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1,16-18):

16Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. 17Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». 18Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte.

Nella trasfigurazione abbiamo una seconda proclamazione solenne da parte di Dio per il suo Figlio diletto, Dio aveva già dichiarato Gesù come suo Figlio prediletto nel battesimo. Ora mentre sta imboccando la via della passione il Padre lo legittima ancora come suo Figlio prediletto dinanzi a tre testimoni prescelti.

Uno di questi è Pietro il quale aveva già riconosciuto la messianicità di Gesù senza però percepire ed accettare la connessione con la sofferenza e l’umiliazione questo prima della prima predicazione della passione (Mc 8,31-33). Dio che proclama solennemente l’identità messianica del Figlio lo fa per incoraggiare i discepoli a seguirlo nel difficile cammino di sofferenza e di passione.

La gloriosa manifestazione momentanea nell’evento della trasfigurazione è quindi un evento pedagogico per i discepoli perché non si scandalizzino e si scoraggino della croce e della morte del Figlio. E’ oggetto di discussione la storicità dell’evento, per alcuni esegeti si tratterebbe di un midrash cristologico cioè una elaborazione della passione e della risurrezione di Gesù nella riflessione cristologica all’interno della storia della passione e risurrezione stessa. Il racconto è soprattutto la storia di un’esperienza di tre discepoli di Gesù che all’interno del Nuovo Testamento ha avuto una particolare rilevanza infatti viene evocata in 1Gv 1,14:

14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

in 1Gv1,1:

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita.

Anche se rimane centrale il riferimento esplicito di 2Pt 1,16-18.

V. 2: 2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro:

In tutti e tre i sinottici la confessione di Pietro e il racconto della trasfigurazione di Gesù sono collegati tra loro da una indicazione temporale: Mt 17,1 e Mc 6 giorni; Lc 8 giorni (Lc 9,28).

Questo è importante tutti e due i racconti hanno come oggetto il rapporto profondo della divinità di Gesù legata con la sua passione morte. La divinità di Gesù va insieme con la sua passione e con la sua croce. Questo è un messaggio centrale per la chiesa primitiva e per ciascuno di noi.

La questione dei sei o otto giorni secondo alcuni studiosi si riferirebbe al tempo tra la festa dell’espiazione e la festa delle capanne e la trasfigurazione sarebbe avvenuta il giorno dopo la festa delle capanne. Le feste ebraiche sono certamente evocazioni liturgiche ma esse prendono vita con la presenza e la manifestazione gloriosa di Gesù.

Per altri i giorni sono in relazione Es 24 la salita di Mosè sul monte Sinai. La nube coprì per 6 giorni il monte… il monte comunque in questo caso come in Es 24 è il monte alto di Dio significato teologico più che geografico. Il monte come luogo in cui Dio è più vicino.

Pietro Giacomo e Giovani: sono anche testimoni della risurrezione della figlia di Giairo 5,37.40.

Fu trasfigurato dinnanzi ad essi l’espressione è composta da un passivo divino che indica l’azione di Dio che trasforma il corpo di Gesù nella gloria celeste, non è semplicemente una perfezione frutto di un’ascesi ma una manifestazione della divinità. La rivelazione di Dio è rivolta ai discepoli, perché venga ad essi mostrata la meta del cammino della sofferenza del Figlio, la glorificazione.

 Agostino afferma:

Sì, proprio Gesù in persona, proprio lui divenne splendente come il sole, per indicare così simbolicamente di essere lui la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Ciò ch'è per gli occhi del corpo il sole che vediamo, lo è lui per gli occhi del cuore; ciò ch'è il sole per i corpi, lo è lui per i cuori.

                                                                                                                                          S. Agostino, Discorso sulla Trasfigurazione

 

v. 3: 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

Il fulgore delle vesti bianche simboleggia la vita eterna dei giusti

v. 4 Gesù conversa con i due giusti dell’AT, segno e simbolo questo di continuità, viene prima nominato Elia in quanto attesa la sua ricomparsa sulla terra quale precursore del messia Ml 3,23-24, la presenza di Mosè indica il ruolo di Gesù quale profeta escatologico preannunziato da Mosè in Dt 18,15:

15Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto.

Elia e Mosè sono stati scelti da Dio per dare testimonianza a Gesù polarizzando l’attenzione su di lui additando in Cristo Gesù il più grande atteso realizzatore delle promesse divine. In questo senso la teofania raggiunge il suo vertice più profondo e significativo.

vv.5-6: 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Pietro propone di erigere tre tende: è chiara la sua richiesta, vuole solo prolungare questa esperienza di gloria, ancora P. vuole baipassare il passaggio obbligato che per ottenere la gloria permanente del messia bisogna sperimentare e vivere con lui la morte in croce. Certamente questo è un richiamo importante per la nostra vita e per la nostra fede, anche noi molte volte abbiamo paura della croce, sentiamo naturalmente la repulsione di quello che dovrebbe essere il sacrifico in comunione con la passione di Gesù.

St Agostino afferma ancora nel suo discorso:

A tale visione Pietro, esprimendo sentimenti solo umani: È bello per noi, o Signore - dice - stare qui. Era infastidito dalla folla, aveva trovato la solitudine sul monte; lì aveva Cristo come cibo dell'anima. Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gl'ispiravano perciò una santa condotta? Voleva star bene; perciò aggiunse: Se vuoi, lascia che prepariamo qui tre tende: una per te, una per Mosè, e una per Elia. A questa proposta il Signore non rispose nulla e tuttavia a Pietro fu data una risposta. Stava infatti ancora parlando quando venne una nuvola luminosa che li avvolse con la sua ombra.

Di tutt’altra opinione più positiva dire è il Venerabile Beda in merito alla proposta di Pietro:

Quanto più ciascuno di noi gusta la dolcezza della vita celeste, tanto più prova disgusto di tutto ciò che di terreno ci dilettava: perciò giustamente Pietro, vista la maestà del Signore e dei suoi santi, dimentica subito tutto ciò che di terreno aveva appreso, e gode di aderire per sempre alla sola realtà che vede, dicendo: Signore è bene che noi stiamo qui; se vuoi innalziamo qui tre tende, una per te, una per Mosè, e una per Elia

Ma Pietro ben sapeva che cosa diceva quando disse: Signore, è bene che noi stiamo qui, perché in realtà per l’uomo il solo bene è entrare nel gaudio del Signore e stargli vicino contemplandolo in eterno.

Certamente per fare una sintesi di questi due pensieri possiamo dire che non è possibile contemplare il Signore senza il cammino della croce, non c’è vera contemplazione senza la partecipazione alla passione di Gesù. Questo è vero nel nostro cammino cristiano e nella nostra esperienza spirituale.

 

v.7: 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!».

E’ questo il momento culminante della teofania, la nube misteriosa come si è detto evoca l’esperienza di Mosè sul monte Sinai. La voce divina era risuonata nel battesimo solo per Gesù ma questa invece è soprattutto per i discepoli i quali devono accogliere la dignità e la potestà di Gesù e l’intero del suo mistero della redenzione, passione croce e resurrezione.

Fermiamoci sull’imperativo “ascoltatelo”: la voce designa Gesù come il profeta escatologico predetto da Mosè come si è detto cfr. Dt 18,15.

Gesù è l’inviato definitivo di Dio la pienezza della rivelazione, Mc intende rivolgere questo appello a tutta la comunità perché non venisse meno nella fedeltà a Cristo nonostante le sofferenze e le persecuzioni che doveva sopportare. Dopo questa proclamazione la visione cessa e si ritorna alla normalità.

 

vv. 9-10: 8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Gesù chiede il silenzio dell’esperienza della trasfigurazione fino alla risurrezione, perché?

L’ordine di tacere tale esperienza coincide con la mancata comprensione del senso dell’evento da parte dei discepoli. Loro non comprendono al presente la logica della croce e della passione, ma dovranno in qualche modo viverla con Gesù. Solo dopo la sua glorificazione pasquale potranno testimoniare alla comunità l’esperienza meravigliosa della trasfigurazione quale preludio caparra della nuova condizione di redenti dal Cristo glorioso.

È paradossale ciò che Mc ci racconta, i discepoli si domandavano che cosa significasse risorgere dai morti.

Ciò che rappresenta un enigma per le loro menti, avrebbe costituito il punto focale del kerygma pasquale, che essi avrebbero annunziato a tutte le genti.

 

Conclusione:

Anche noi nel nostro cammino siamo chiamati a vivere delle “trasfigurazioni” ossia delle manifestazioni dell’amore e della gloria di Cristo, la sua particolare vicinanza in particolari momenti della nostra vita… ma anche la croce e la sofferenza.

L’evento della Trasfigurazione ci insegna che nel nostro cammino cristiano c’è questa dialettica fondamentale. Consolazioni e desolazioni, fervore e aridità spirituale, gioie e dolori.

Allora cosa fare?

Viverli semplicemente in una fede più profonda che ci riporta ad una maggior maturità cristiana. In questo evento raccontato Il Tabor dialoga con il Golgota, la luce con le tenebre. E dopo il sepolcro vuoto, in Marco, non ci sarà visione del Risorto che questa. Sul Tabor c’è la rivelazione trinitaria del Padre amante, del Figlio amato e dello Spirito d’amore, reciproco movimento in cui essi cedono l’uno all’altro e attirano anche noi a cedere, a strapparci alla chiusura egoitica e paurosa per realizzare la vita, accettandone e trasmettendone il dono. C’è la rivelazione cristologica della natura divina incarnata in Gesù, c’è la rivelazione antropologica perché “La rivelazione di Gesù svela a me stesso ciò che io sono” (Paolo VI). Siamo “figli amati”, chiamati a vivere la nostra divinizzazione, a “liberare tutta la bellezza di Dio sepolta in noi” (E. Ronchi).

 

  1. La mia esperienza cristiana è vissuta nella consapevolezza e nella gioia di un cammino di divinizzazione?
  2. Faccio l’esperienza di Dio che si rivela in Cristo Gesù attraverso gli eventi nella mia vita o mi sento troppo imprigionato nella mia umanità?

 

a cura di don Domenico Parrotta

 

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