Parrocchia Sant’Anselmo alla Cecchignola

Lectio Divina sul Vangelo della III Domenica di Quaresima (anno B)

 

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Preghiera iniziale:

Signore nostro Dio, che riconduci i cuori dei tuoi fedeli all’accoglienza di tutte le tue parole, donaci la sapienza della croce, perché in Cristo tuo Figlio diventiamo tempio vivo del tuo amore. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 

Testo: Gv 2,13-25

13Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà. 18Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 23Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. 24Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo.

 

Contesto:

Il brano di questa settimana trova dei corrispettivi anche nei sinottici (cfr. Mt 21, 12-13; 26, 59- 62; Mc 11, 15-17; 14, 55-58; Lc 19, 45-46), in cui però è collocato quando già la vita pubblica di Gesù è già di gran lunga avviata. Giovanni, invece, pone l’episodio all’inizio del suo Vangelo e subito dopo il segno delle nozze di Cana e ciò per mettere in evidenza già in apertura come la missione di Gesù sia annunciare “il tempio nuovo che è lui stesso nella sua umanità” (Léon Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, p. 339). Già la cornice spazio-temporale del brano è di per sé significativa: il tempo è quello di Pasqua, festa importante per il popolo di Israele in cui si ricordava la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; il luogo è il tempio di Gerusalemme, sede centrale del culto in cui ci si recava in pellegrinaggio proprio per celebrare la Pasqua. In questa collocazione spazio-temporale non qualunque si situa l’episodio narrato da Giovanni che, nel tempio luogo della presenza di Dio, è rivelativo del sostanziale cambiamento apportato da Gesù nella relazione con Dio: da una dimensione legata al culto ad una relazione profonda.

 

Commento al testo:

[13] Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

Giovanni specifica che la Pasqua che si celebra è quella dei giudei, che si colloca in opposizione alla Pasqua del Signore. Dopo il capitolo 12, alla svolta del suo vangelo, Giovanni inizierà a parlare di Pasqua del Signore. Gesù sale a Gerusalemme, non si limita ad andarci. La parola è normale, la città si trova su un monte, ma noi che la leggiamo oggi, dopo che domenica abbiamo meditato su Gesù che sale al monte Tabor, dovremmo cogliere in questo un’analogia. Che trasfigurazione ci verrà proposta qui?

 

[14] Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.

Ci troviamo nel cortile esterno del tempio, detto atrio dei gentili, a cui potevano accedere anche i pagani. Gesù vi trova però non gente in preghiera, ma i mercanti e i cambiavalute impegnati nel loro commercio. La festa religiosa si è trasformata anche per le autorità religiose in occasione di guadagno (il grande ovile sul monte degli ulivi da cui provenivano gli agnelli era proprietà di Anania – diminutivo di Hanna, suocero di Caifa, che aveva anche tutte le licenze di macellazione…)

 

[15] Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio (ierou) con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi,

Questa è un’azione anomala di Gesù, violenta: Zaccaria ultimo dei profeti minori, nell’ultimo versetto del suo testo (14,21), scrive che quando il Signore verrà a giudicare tutti i popoli e prenderà possesso del suo tempio non ci sarà più un mercante (letteralmente: cananeo) nel tempio. Gesù quindi dice che è arrivato colui che è davvero il Signore della storia.

Gesù non scaccia dal tempio peccatori ed esclusi, ma definisce peccatori coloro che sono l’anima del tempio. C’è qui una forte denuncia di stampo profetico del culto ipocrita, sia pure praticato in nome del Signore (cfr. Is 1,10-15; Am 5,21-25).

le pecore, che qui vengono nominate per prime, indicano il popolo, che viene rinchiuso nel tempio per essere sacrificato, mentre Gesù buon pastore è colui che le libera. Questa lettura è avvallata dai termini usati (scacciò tutti panta exebalen come in Gv 10,4 quando parla del buon pastore che conduce le pecore fuori dal recinto).

I cambiavalute si vedevano passare per le mani enormi quantità di denaro (ogni maschio sopra i 20 anni pagava una tassa annuale di mezzo siclo, che manteneva sacerdoti e tutto il personale con le famiglie): Gesù si pone contro quello che era un punto nevralgico per il sistema economico del tempo in Palestina, e la più grande banca di tutto il medio oriente. Questi elementi ci aiutano a capire perché, in particolare secondo i sinottici, questo gesto di Gesù sia stato determinante per far sì che ne venisse decisa la morte.

 

[16] e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato".

E’ utile ricordare che le colombe erano l’offerta dei poveri. Gesù si mostra scandalizzato del fatto che si commerci nel luogo della preghiera. Questo è un aspetto, ma non è l’unico. In realtà ciò che fa soffrire Gesù è anche la prassi di commercio della salvezza, in cui il sacro è il luogo del do ut des… l’idea di Dio che sostiene questa prassi è quella che fa soffrire Gesù, che vede così stravolto il volto del Padre ridotto ad un padrone, o ad un mercante.

Infatti vediamo che Gesù non parla più di tempio, ma di casa, contrappone i due modi in cui si può stare nella casa, con un padre: nella relazione di fiducia-fede o nella relazione di interesse. Noi oggi siamo una Chiesa e andiamo a pregare in una chiesa, e non in un tempio, perché non è più il luogo fisico a determinare il valore del nostro incontro ma il nostro esserci, essere usciti da noi per andare a Lui che dà valore all’incontro.

 

[17] I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

I primi a reagire al gesto di Gesù sono i discepoli, che subito colgono assonanze scritturistiche in quello che fa. Collegano le sue azioni al salmo 69,10, lo stesso salmo che Giovanni cita due volte in relazione alla passione (15,25 e 19,29). Questa scelta dà un senso pasquale a questi fatti, ed assume profondo significato il verbo finale: Gesù afferma - io sarò ‘mangiato’ dallo zelo per la Tua casa – . I discepoli però non capiscono l’autentica natura di Gesù: lo ‘zelo’ che rimanda all’agire di Elia pieno di zelo per il Signore e alle profezie di Malachia sulla purificazione del tempio avrebbero fatto pensare ai discepoli che Gesù era il restauratore atteso del vero culto, con un nuovo fraintendimento… è solo dopo Pasqua, come vedremo nel v. 22, che sarà davvero chiaro il senso autentico del gesto.

 

[18] Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?".

Il gesto di Gesù è un gesto interrogativo, fa sorgere domande. E’ tipico del Vangelo che tutti coloro che non credono chiedano continuamente dei segni. Ed è interessante che il Vangelo di oggi sia quello di Lazzaro e del ricco epulone che chiede un segno per i suoi fratelli…

 

[19] Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere".

Qui troviamo il terzo nome con cui si indica il tempio: dallo ieròn (area sacra, la spianata recintata da colonnati) alla casa (senza connotazioni sacrali, ma che indica una relazione di familiarità con Dio) al naòn – santuario, il Santo dei Santi, luogo della presenza di Dio. Va sottolineato che Gesù, alla richiesta di un segno, pone come prima risposta un’azione compiuta non da se stesso ma dagli altri: siete voi che disfate/sciogliete la relazione con Dio, ne allontanate la presenza. La forma verbale è poi quella che Bultmann definisce di imperativo ironico, come se dicesse: “Continuate così e vedrete come disferete questo santuario, come scioglierete la relazione con Dio. Io in tre giorni la innalzerò/risusciterò”. Il verbo egheiro innalzare/risuscitare è inusuale per un edificio (i sinottici scrivono oikodomein ‘ricostruire’). E’ chiaro che con questa risposta Gesù sta spostando il piano della discussione dal livello materiale/oggettivistico al livello salvifico: sta anticipando la propria morte e risurrezione.

 

[20] Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio (naòs) è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere (lo innalzerai)?".

I giudei non capiscono e restano fermi al piano delle cose. Questo dato è comunque molto interessante: calcolando dall’inizio della costruzione più 46 anni, arriviamo a stabilire la data della discussione nell’anno 27/28 d.C., precisamente alla Pasqua del 28 d.C. Se aggiungiamo che la cronologia concorda con quanto dice l’evangelista Luca sul ministero del Battista, abbiamo una coordinata precisa per la vita di Gesù, che morirebbe quindi secondo questa ricostruzione di date il 7 aprile dell’anno 30, venerdì, per risorgere il 9, domenica di Pasqua.

 

[21] Ma egli parlava del tempio (naou) del suo corpo.

Questa è una vera rivoluzione: Dio abita nel corpo/umanità di Gesù. Il suo Spirito donato farà del corpo di ogni cristiano ‘tempio dello SS’. Alla grandezza di questa vocazione non pensiamo mai abbastanza, quando nella nostra carnalità tradiamo la vocazione a rispecchiare in noi l’immagine di Dio, ed usiamo mani, piedi, occhi, bocca, per divorare, offendere, ferire, oltraggiare, trascurare…

 

[22] Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Solo dopo Pasqua i discepoli capiscono davvero che lì c’è di più. Di più di ogni possibilità immaginativa umana, il nuovo atto creativo di Dio che in Cristo fa nuove tutte le cose e le persone.

 

[23] Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome.

[24] Gesù però non si fidava di loro, perché conosceva tutti [25] e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro (sull’uomo), egli infatti conocsceva quello che c'è (nell’uomo.

Questi versetti sono redazionali. Ci dicono solo di una forma di ‘segreto messianico’ presente anche in Giovanni, ossia della reticenza di Gesù a condividere con la gente la propria missione la quale sarebbe stata fraintesa in senso terreno. La sua messianicità è di tipo assolutamente diverso. La domanda che dovrebbe accompagnarci verso Pasqua è quindi: abbiamo intuito qualcosa della messianicità di Gesù? Comincia ad essere chiaro il tempio verso cui lui ci conduce? Abbiamo scoperto dove abita sul serio?

 

Conclusione:

La situazione trovata da Gesù nel tempio, in cui stavano i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute, gli offre la possibilità di richiamare l’attenzione sul significato del tempio e, di conseguenza, sul tipo di religione praticata. Ciò che viene trovato è un “luogo di mercato” (cfr. Zc 14, 21) in cui la relazione con Dio si basa su un “io ti do e tu i dai”. Ecco il tipo di immagine di Dio che Gesù viene a destrutturare: una visione di Dio, e dunque una mentalità “religiosa”, basata su una logica sacrificale e mercantile come mezzo per imbonirsi la divinità. Dietro queste pratiche cultuali, c’è infatti un’immagine di un Dio da doversi “comprare” attraverso i sacrifici per non incorrere nei suoi castighi. Al di là di qualsiasi logica di misericordia e di gratuità c’è invece una relazione di tipo retributivo.

Naturalmente, se nel tempio di Gerusalemme questo tipo di mentalità sacrificale trovava una sua realizzazione concreta in quanto luogo di mercato, anche oggi è possibile leggere in tanti atteggiamenti dei credenti una tendenza a non riuscire ad accettare pienamente un Dio che gratuitamente ci salva e che misericordiosamente ci perdona a prescindere dai nostri meriti o dalle nostre “buone azioni” con cui, ancora in una logica di tipo sacrificale, vogliamo guadagnarci la salvezza, dato che un Dio così buono sembra quasi far paura. Questa mentalità va smontata perché possa trovare spazio il volto del Padre che Gesù vuole comunicare e l’annuncio di un Regno che vede la vicinanza di Dio all’uomo. Ecco dunque che il percorso che viene delineato in questo brano parte da una destrutturazione delle nostre certezze basate sull’auto-salvezza perché possa avvenire quell’affidamento a un Dio che in Gesù si è fatto vicino all’uomo nella debolezza.

I Giudei non comprendono e a questo punto la risposta di Gesù diventa spiazzante: Gesù li invita a ripensare in un percorso di conversione la loro idea di Dio e la loro relazione con il Padre. In questa prospettiva sono chiamati a spostare da una sede fisica alla stessa persona di Gesù il luogo in cui si realizza la vicinanza con Dio, reso ancora più difficile da accettare in quanto Dio che si fa vicino all’uomo nella debolezza. I Giudei rimangono sul piano del discorso legato all’edificio, Gesù parla del “santuario del suo corpo” ma neppure i discepoli comprendono cosa Gesù voglia dire nel momento in cui parla. Ciò avverrà soltanto dopo la resurrezione, quando si ricordarono di ciò che aveva detto e credettero. E’ la Resurrezione che diventa chiave ermeneutica dell’esistenza di Gesù e delle Scritture ed è a partire dalla Resurrezione che si fonda la fede che viene alimentata dal ricordo, da quell’azione memoriale compiuta dallo Spirito.

 

a cura di don Domenico Parrotta

 

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