Lectio Divina sul Vangelo della IV domenica di Pasqua (anno B)

 

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Preghiera iniziale:

Dio, nostro Padre, che in Cristo buon pastore ti prendi cura delle nostre infermità, donaci di ascoltare oggi la sua voce, perché, riuniti in un solo gregge, gustiamo la gioia di essere tuoi figli. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 

Testo: Gv 10,11-18:  

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

Contesto:

Il brano è collegato con il racconto precedente del cieco nato, l'Evangelo di questa Domenica è la diretta prosecuzione dell'Evangelo della IV Domenica di Quaresima, la Domenica “del cieco nato”, con cui costituisce unità testuale. Unità che la liturgia solo apparentemente rompe: ci ricorda che il buon pastore che si è preso cura del cieco nato è lo stesso che ora spiega, in parabola, il proprio operato. E lo spiega per l'appunto a quei farisei che nei versetti immediatamente precedenti a quelli in esame, nella quarta Domenica di Quaresima, si erano dimostrati totalmente chiusi alla rivelazione di Gesù.

In modo più generale il brano si inquadra nel contesto della festa delle capanne (7,1-10,21).

Ma quello che interessa è che il testo è inserito nella grande sezione 7,1 – 10,21 nel quale Giovanni descrive il punto culminante della vita pubblica e della rivelazione di Gesù.

Nel contesto della festa delle capanne infatti Gesù aveva rivelato la sua piena identità, poi aveva guarito il cieco nato, ora si dichiara il buon pastore.

 

Struttura: la pericope del Buon Pastore è contenuta in Gv 10,1-21.

  • 1-6: similitudine della porta e del buon pastore: il vero pastore entra per la porta delle pecore.
  • 7-18: Gesù porta delle pecore e buon pastore: egli presenta sé stesso come la porta dell’ovile e il vero pastore.
  • 18-21: reazioni diverse dei giudei.

Gesù si era già proclamato nell’ultimo giorno della festa delle capanne la sorgente di acqua viva (7,37-38). Ora si dichiara la porta delle pecore. Importante questo appellativo che egli attribuisce a se stesso.

In Gv come sappiamo c’è uno stretto rapporto tra cristologia ecclesiologia e soteriologia e in merito, questa pagina presenta una meravigliosa sintesi di queste tre dimensioni: gregge, ovile evidenzia la dimensione ecclesiologica ma tale ecclesiologia è fondamentalmente cristocentrica nel 4° vangelo. Non c’è gregge e ovile senza le pecore e non ci possono essere pecore senza pastore. La dimensione soteriologia si rifà nel tema della simbologia della porta ma soprattutto nell’oblazione della propria vita per le pecore v. 12.

 

Perché l’analogia del pastore?

È la stessa tradizione biblica che ha ispirato Gesù ad usare questa similitudine.

  1. Ez c. 34; Ger 23, 1-6; Zc 11,4-17;
  2. Nei Sinottici: Mc 6,34; Mt 9,36; 10,6; 15,24; 26,31; la parabola della pecorella smarrita Mt 18,12-24 e il suo parallelo lucano.

 

Ez 34,6 Vanno errando le mie pecore su tutti i monti e su ogni colle elevato, le mie pecore si disperdono su tutto il territorio del paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura.

Ger 23,2 Perciò dice il Signore, Dio d'Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore. Di contro a questi pastori incapaci, strettamente legata alle pecore è la figura del buon pastore - che passa per la porta  e che non è ladro nè brigante.

Sir 18,13 La misericordia dell'uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente. Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge.

Is 40,11 Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri".

Ger 23,4 Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore.

Sal 22(23),1 Salmo. Di Davide. Il Signore mi pasce: non manco di nulla.

 

Commento al Testo:

vv. 11: 13: 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

Dal versetto 11 inizia il testo proposto dalla liturgia di domenica prossima, Gv illustra l’altra immagine del buon pastore già anticipata nei vv 3b-5: Gesù si identifica due volte come buon pastore vv. 11. 14. Ma la comprensione di questa immagine si ha anche dalla descrizione della contrapposizione tra il mercenario e il buon pastore.

In cosa si differenziano radicalmente le due figure? Il mercenario e il buon pastore.

Non certo per il ruolo che, all’apparenza, sembra il medesimo. Li oppone e li divide la natura intima del rapporto con le pecore: la non appartenenza per il mercenario e l’appartenenza per il pastore. Se le pecore non ti appartengono te ne vai quando arriva il lupo e le lasci al loro destino.

Se sei un mercenario non t’importa delle pecore e non ti importa perché non le conosci. Non le conosci “per esperienza”, non le conosci per amore: esse non sono tue. E da che cosa si vede se sono tue? Che dai la vita per loro perché sei capace di comprometterti per loro come Gesù che dà la vita per noi.

Questo primo dato del vangelo è fondamentale anche per il nostro discernimento in merito al nostro cammino cristiano: discernere la propria vocazione cristiana non è semplicemente discernere se siamo capaci di intelligenza di creatività, di virtù se pur importantissime, ma la virtù principale è imparare sempre di più la carità pastorale di Gesù la capacità di dono di sé… e a volte questo può essere pesante per noi!

Così si rivolgeva don Umberto Terenzi ai membri dell’Opera della Madonna del Divino Amore:

 

[11.]        Tale è il nostro spirito: la nostra vita è fatta per Lei, non per nulla a Lei l’abbiamo consacrata! Ma si sa, che a forza di adoperarla la logoriamo. Quando le scarpe sono nuove, son belle e lucide, ma quando ci ho camminato un bel po’ le scarpe sono consumate: verrà il giorno in cui le dovrò buttare. Dirò che quelle scarpe sono state inutili? Hanno fatto il mestiere loro: sono state adoperare per quello per cui erano state create. Ciascuno di noi si deve logorare per la Madonna, e quando s’è logorato, direte: “Ha corso troppo”? Ma no, non dite queste sciocchezze! Direte: “Ha fatto quello che la Madonna lo aveva chiamato a fare”. “S’è logorato ed è morto!” … Che dobbiamo morire si sa; e se non vuoi logorare le scarpe … Lo sapete quel ciarlatano della fiera, che aveva il segreto di far durare le scarpe in perpetuo? Non so che fiera era (forse la fiera di mastr’Andrè). Il ciarlatano aveva le scarpe e le vendeva dentro una scatola con un’iscrizione che diceva “per far durare sempre così queste scarpe, quando arrivate a casa, mettetele dentro l’armadio e non le toccate mai”. Furbo il ciarlatano della fiera di mastr’Andrea! Ma noi (e voi) non vogliamo fare come lui, vogliamo fare come i Figli della Madonna, che lavorano sempre di più e si consumano per Lei.

(Cfr. meditazione DT del 30 ottobre 1952)

Il buon pastore (kalos, letteralmente bello, nel senso di generoso, ideale, buono, depone la propria vita per le sue pecore (v11). Questa espressione viene ripetuta ben 4 volte anche se con qualche variazione nei vv. 11. 15. 17. 18. Quindi questo è il tema di fondo!

Nota testuale: in tutti questi 4 versetti, il verbo non è dare ma porre, deppore la vita per le pecore: tithēsin = de-porre. Non è semplicemente dare ma nel senso di offrire, c’è differenza tra dare e offrire, uno da anche aspettando qualcosa in cambio, dare non necessariamente preclude la pura gratuità, mentre offrire si! Gesù depone la sua vita per le pecore (c’è una preposizione hyper= in favore di).

 

vv. 14-15: 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.

C’è una seconda motivazione sulla bontà del buon pastore: egli non solo da la vita per le sue pecore ma le conosce. Tra il pastore e le pecore si istaura una conoscenza reciproca basata sull’esperienza quindi non in senso intellettualistico bensì come comunione profonda di vita.

Conoscere usato quattro volte in tutta la pericope del buon pastore, significa amare ed esprime l’amore di Gesù per i suoi discepoli.

Con questa frase Gesù non fa un semplice confronto ma indica la fonte l’origine dell’amore vero oblativo. L’amore reciproco tra il Padre e il Figlio viene esteso anche alle pecore per renderle partecipe a sua volta alla comunione di vita con il Padre. Cfr. “porta”.

 

 v. 16 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Le altre pecore sono i pagani, la salvezza è estesa a tutti, essa è universale. La salvezza è estesa a tutti coloro che vogliono ascoltare e accogliere l’amore del buon pastore.

Inoltre i verbi al futuro: “ascolteranno e diventeranno un solo gregge  e un solo pastore…” si riferiscono alla missione universale della Chiesa.

 

 vv. 17-18: 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Questi versetti sono una sottolineatura all’oblazione di Gesù, egli offrirà la sua vita in adesione filiale alla volontà del Padre. Egli obbedirà al Padre fino alla morte di croce. C’è una differenza rispetto ai sinottici,  Gesù in Gv sottolinea ed enfatizza la volontarietà e la libera iniziativa del Figlio di consegnarsi, nella certezza di poterla poi nella sua autorità, riprenderla di nuovo, a differenza dei sinottici dove viene principalmente sottolineata l’iniziativa del Padre a consegnare il Figlio.

Questa libertà del Figlio a consegnarsi in Gv motiva l’autorità di Gesù il quale dopo aver consegnato liberamente la sua vita, ha il potere di riprenderla di nuovo. Ma tutto questo nella totale obbedienza al Padre la quale non viene messa da parte. Morte è risurrezione sono strettamente connesse tra di loro.

 

Domande per la riflessione personale:

Forse la proposta di ‘essere pecore’ dietro a un Gesù Pastore non è un’immagine vincente rispetto alla voracità furbesca del lupo che ha la meglio sul gregge, ma rimane il fatto che la chiamata del discepolo di Cristo è ad essere espressamente ‘agnello’ e non certo lupo, anzi ancora meglio «agnelli inviati in mezzo ai lupi» (Lc 10,3), quale provocazione mi da questo brano soprattutto nella mia capacità di dono di me stesso nella comunità cristiana e parrocchiale?

Consumarmi dare la vita è un ideale presente in me oppure tutto questo mi fa paura?

 

a cura di don Domenico Parrotta

 

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