Lectio Divina sul Vangelo della V domenica di Pasqua

(anno B)

 

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Preghiera iniziale:

O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vite vera, confermaci nel tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri, diventiamo primizie di un’umanità nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 

Testo: Gv 15,1-8

1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

Contesto:

Il Vangelo di questa domenica appartiene ad un'unica sezione letteraria del Vangelo di Giovanni che è 15,1-17. Tutto il brano è legato al verbo “rimanere” spiegato dalla analogia dei tralci legati alla vite.

“Io sono la vite, voi i tralci” dice Gesù ai suoi discepoli presenti ed anche a quelli che verranno, quindi a ciascuno di noi. Con questa metafora , ricca di suggestioni, Gesù parla della sua Unione profonda con quelli che aderiscono a lui, lo amano e osservano le sue parole. Vite e tralci sono un'unica pianta: hanno la medesima linfa e producono lo stesso frutto. Il contesto dell'ultima cena e l'immagine della vite, che richiama il vino, alludono all'eucarestia: se uno mangia la sua carne e beve il suo sangue, ha la vita eterna, perché il Signore dimora in lui e lui nel Signore.

Qualche precisazione testuale: In greco àmpelos si traduce sia “vite”, sia “vigna”. È probabile che il secondo significato, che di gran lunga è stato abolito dal primo, sia quello vero. Infatti l’A. T. parla della tipologia della vigna, e meno assai di quella della vite. Con l'immagine della vite e dei tralci Gesù vuole rivelare ai discepoli quale vincolo li unisce a sé e come sia necessario che essi rimangano sempre uniti a lui se vogliono portare frutti, mentre il Padre si prende cura della vigna e pota ogni tralcio perché porti più frutto. Questa V Domenica è dominata da quella che potremmo chiamare la coscienza della Chiesa circa la sua vita e la sua missione nel tempo che passa fra la dipartita del Signore e il suo ritorno finale, ma in questo tempo intermedio occorre rimanere in lui per portare frutto, la fecondità del discepolo di ogni tempo ha come condizione il rimanere come il tralcio alla vite.

 

Commento al Testo:

v. 1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore:

Gesù aveva già detto «Io sono il pane vivo» (Gv 6,51) e «Io sono il buon pastore» (Gv 10,11); Gesù è colui che realizza pienamente (vera) ciò che la vite naturale esprime. Come il tema del pastore quello della vigna è molto presente nell'A.T. con riferimento al popolo eletto che è chiamato vigna di Dio. Così Osea (10,1) parla d'Israele «rigogliosa vigna che dava frutto abbondante». Per bocca d'Isaia il Signore canta l’amore per la sua vigna (Is 5,1-2); la vigna però non ripaga il lavoro producendo buoni frutti (Is 5,3-7). Anche Geremia comunica il lamento di Jahvé che interroga «Io ti avevo, piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?» (Ger 2,21; ma anche 5,10; 6,9; 12,10); così anche Ezechiele (15,1-8; 17,3-10; 19,10-14) che canta l'incapacità a produrre della vigna-Israele (cfr. anche Sal 80).

Collegandosi a questa tradizione profetica, Gesù riprende il simbolo della vigna per annunciare il mistero del Regno di Dio nei sinottici (Mc 12,1-9; Mt 21,28-41; Lc 20,9-16 la parabola dei vignaioli omicidi). Ma è ancora l’evangelista Giovanni ad andare oltre, in profondità e a proporci il mistero della vigna che non è soltanto figura del Popolo di Dio, ma dello stesso Gesù. Anche qui, come per il pastore e il gregge, Cristo e la Chiesa si fondono nell'immagine della vite e dei tralci. Da questa fusione o comunione della vite e dei tralci, ne scaturisce la conseguenza essenziale quanto esaltante che la vigna rimarrà per sempre fedele a Dio, perché Gesù e non più il popolo è la “Vite”. D'ora in poi la vigna non può più essere infedele perché è divenuta fedele e santa la sua radice.

 

vv. 2-3: Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

La doppia azione del vignaiolo, eliminare i tralci secchi e potare quelli fruttuosi, riassume l'attività del Padre nei confronti della comunità dei discepoli. La potatura avviene mediante la parola di Gesù, accolta nella fede, «non porta frutto»: è un'azione non imputabile a una serie di circostanze sfavorevoli, a difficoltà esterne di vario genere, ma unicamente a cattiva volontà.

 

v. 4: Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

«Rimanere in»: (in greco ménēi en) è l'espressione dominante in questa prima sezione del secondo discorso di addio; nei vv. 1-11 ricorre ben dieci volte. Come il tralcio che rimane attaccato al ceppo della vite riceve linfa e diventa verdeggiante e fruttifero, così il fedele che rimane in comunione di fede e di amore col Cristo produce frutto e partecipa della vita divina. La motivazione di questo «dimorare reciproco» è che il tralcio non è autonomo, esso porta frutto solo se è attaccato vitalmente alla vite madre. Così è per i discepoli, i tralci, in relazione al Signore, la Vite. È la celebrazione dell'intimità, della comunione profonda tra il Cristo e il fedele, tra lo Sposo e la Sposa: essa avviene attraverso un duplice movimento:

a) da un lato è Cristo che, incarnatosi, scende in mezzo a noi, entra nella nostra esistenza, rivela la sua parola di salvezza.

b) d’altro lato, però, anche il credente deve rivolgersi a lui, affidarsi al suo amore, ascoltare la parola proclamata seguirne le indicazioni di vita.

Il rimanere è dunque, frutto dell'abbraccio di due libertà, di due volontà, di due amori, quello di Dio e quello dell'uomo.

 

v. 5: Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Tutto quello che è stato espresso finora nei contenuti, viene ora affermato chiaramente: la vite intera è formata da Gesù-ceppo e dai fedeli-tralci. «Senza di me non potete fare nulla»: è una delle affermazioni più radicali di tutto l’evangelo; già il Prologo affermava categoricamente: «senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Questo ci porta severamente a giudicare quante nostre iniziative attiviste sono studiate a tavolino e poi poste allegramente in atto, senza vedere frutto: perché erano «senza di Lui». Infatti il tralcio che non dimora in Lui si dissecca, e allora a suo tempo è tagliato via e arso con il fuoco.

 

v. 6: Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

«Chi non rimane in me»: la separazione è possibile, ma chi si stacca da Gesù è condannato alla perdizione (cfr. la terminologia escatologica con Mt 3,10; 7,19; 8,12; 13,42). «Aut vitis aut ignis» commentava lapidario sant'Agostino: "O la vite o il fuoco". Il legno della vigna non è buono a nulla se non ad essere bruciato.

 

v. 7: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.

«Domandate... vi sarà fatto»: la preghiera esaudita di chi rimane in Gesù rientra certamente nei «frutti» ma la condizione di sperimentare nell’essere realizzati in ciò che si chiede nella preghiera non è sufficiente accettare Gesù come persona, magari legati a lui attraverso un vago sentimentalismo, ma bisogna accettare anche il suo messaggio, con tutto ciò che ha detto, senza sconti. Dimorare in lui accettarlo e amarlo, significa avere il suo stesso modo di pensare e di agire. Non si tratta di moralismo ma di un amore che, se non si traduce in comportamento e in scelte concrete, non è autentico. L'amore quindi deve diventare necessariamente impegno morale, modo di valutare e di vivere. “Chiedete quello che volete e vi sarà fatto”: se dimoriamo in lui e le sue parole dimorano in noi, siamo in sintonia con lui e vogliamo ciò che lui vuole, è per questo avviene ciò che vogliamo.

 

v. 8: In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

«Porta frutto»: il Padre è glorificato nei frutti di amore e di apostolato dei discepoli. Il Padre sarà glorificato «se amiamo non a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità»

Cristo è la vera vite: ogni nostra fecondità, ogni possibilità di esprimere amore deriva dalla nostra adesione a lui, come tralci alla vite, che vivono della linfa che da essa viene. Col battesimo, siamo innestati in questa vite, anima e corpo. Ma è una strana vite questa a cui si paragona il Signore: una vite a cui i tralci devono costantemente «scegliere» di rimanere attaccati. Dunque, l'innesto avvenuto nel battesimo, per non volgersi a nostra condanna e farci trattare quali tralci che non portano frutto, deve essere continuamente «accolto», «accettato», lungo tutta la vita. E questo come? Con una costante adesione di fede vissuta alla parola del Signore che giorno per giorno opera in noi. Ma la parola così accolta nella fede ci conduce ad aprirci alla parola fatta carne che si dà a noi, realizzando la pienezza dell'unione nei tralci con la vite divina: «Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui» (Gv. 6, 53.56). Se così rimaniamo in Cristo, aderendo alla testimonianza interiore dello Spirito, alimentati della parola di Dio scritta e incarnata, allora pian piano i nostri sentimenti diverranno i sentimenti stessi del Signore e la nostra preghiera sarà esaudita: «Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi, domandate quello che volete e vi sarà dato» (15, 7). E questo avverrà perché non sapremo più chiedere altro che l'unico vero bene: la volontà di Dio.

 

 

Domande per la riflessione:

La similitudine della vite e i tralci cosa suscita nel mio cuore e come mi mette in discussione?

Cosa significa “rimanere” in Cristo concretamente nella mia vita: quali scelte concrete di vita porta questo, sentimentalismo o scelte concrete?

Quali sono i frutti nella mia esperienza di fede? Prova a rileggere nella tua vita e nella tua storia personale ciò che il Signore ha suscitato come frutti concreti.

 

 

a cura di don Domenico Parrotta

 

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